La domanda pop “qual è il tuo segreto?” non si usa più. Sarà che le risposte sono quasi sempre stucchevoli. E allora tanto vale evitare. Quella di Pablo Echaurren è, più che un segreto da rivelare, una piccola grande ossessione da raccontare come tale. Ne parlò lui stesso ad Exibart, col sorriso del bambino preso in castagna, in un’intervista di un paio di estati fa. In breve: il bello della vita sarebbe starsene dalla mattina alla sera con la musica dei Ramones in sottofondo. Proprio così, vivere e lavorare in compagnia di quelle filastrocche al fulmicotone –immarcescibili come certi divani di pellaccia– lunghe appena due minuti (o anche meno), una uguale all’altra, appunto come castagne.
Detto fatto, ecco una serie di recenti acrilici su tela di grandi dimensioni (una ventina) in cui i membri del leggendario gruppo punk-rock compaiono qua e là in carne ed ossa –anzi, tra (tanta) carne e (tante) ossa– come apostoli del ritmo ritmato che incalza, soldatini cosmici con tanto di pugni a forma di ginocchi (e viceversa), caschi (di capelli) talmente neri da risultare blu e acuminate contro-aureole colorate col giallo dei fanali.
Ad accompagnarne il blitz nei campi elisi della pittura, la solenne cornice dell’Auditorium romano ma anche, appunto, la sorpresa di una visionarietà mai così sbrigliata, la liberazione di un personalissimo cosmorama –tra il mitico e il meccanico– in cui pare di vedere un Depero che si scopre animista a furia di ascoltare musica prodotta coi distorsori a pedale.
Così, i giri di basso in do maggiore diventano gironi veri e propri, popolati –in lungo e in largo– da presenze sospese ma arcigne come chitarre inviperite.
C’è spazio, quindi (e, soprattutto, tempo), per balene che avanzano a occhiatacce, per scheletri rimasti senza armadi, per cuori-feticcio accerchiati da lame di coltelli e alabarde. E ancora: per uccellacci coi relativi –e non meno veementi– uccellini, per draghi finiti tra (lingue di) fuochi d’artificio, per poveri diavoli promossi al rango di diavoli poveri. Quant’è futuribile il primordiale, viene da pensare, quando si muove a tempo!
Il continuum paratattico della composizione, sorta di portale medievale convertito in cartoon per adulti (dal romanico al ramonico, verrebbe da dire), è dato dalla reiterazione di moduli iconici intagliati/ritagliati uno ad uno e immersi in un brodo primordiale elettrificato a dripping, in una specie di gelatina antidiluviana in cui la bidimensionalità è solo apparente. Lo stesso contorno nero di ascendenza fumettistica, granitico e “naturale” come certo make up tribale, sembra suggerire i colpi di un flash fotografico sferrati da sotto un palco immaginario dove, a testa bassa come quei musicisti, il proprio furor metaphysicus si muove rigoglioso nel buio più fitto. Certo, con indosso le scarpe da ginnastica, i jeans e tutto il resto. Ma soprattutto, come si suol dire, rigorosamente dal vivo.
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