Nel corso della nascente attività espositiva della galleria Valentina Bonomo improntata Transavanguardia, tra la recente personale di Mimmo Paladino e la futura di Enzo Cucchi, si incunea, anche un po’ provocatoriamente, il lavoro progettato ad hoc per questo spazio da Liliana Moro (nella foto un suo ritratto fotografico). E’ preannunciato, ancor prima di entrare, dal soave profumo di biscotti che emana e, quasi come assaporando una madelaine proustiana, riaffiorano alla memoria ricordi e pensieri sopiti da tempo che raccontano l’infanzia vissuta. Il riferimento al dolcetto non è casuale. Infatti Liliana Moro ha costruito una casetta fatta di biscotti e dolciumi, un’architettura nell’architettura della piccola e raccolta sala della galleria. Impossibile non riconoscerla: è
Abbassandosi quasi ad altezza di bambino si oltrepassa la porta di biscotti di cioccolato… e una serie di disegni semplici ed essenziali riprodotti sulle pareti della casetta visualizzano in maniera ripetuta e ossessiva l’istante in cui la piccola Gretel spinge la strega nel forno .
Il codice espressivo utilizzato dall’artista è dunque immediato, facilmente intelligibile da chiunque, senza lasciare adito ad ambiguità e dubbi. Esso attinge da un sostrato culturale conosciuto che assurge a metafora della realtà esperita. L’opera è giocata sulla contraddizione tra il gradevole e l’inquietante che ivi si può nascondere, il tutto narrato con la semplicità di una favola. Liliana Moro si serve di un linguaggio comunicativo ed affabulatorio che contribuisce a demolire il luogo comune dell’arte contemporanea come mondo di simboli inaccessibili. Un sermo humilis che ambisce a sondare le incoerenze, le due facce di una medaglia da sempre contrapposte dialetticamente che animano il vissuto di ogni essere umano a qualsiasi età.
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