Il senso dell’opera di Claudio Spoletini non arriva immediato. L’aria rarefatta dei suoi paesaggi, la luce virata, le ombre nette senza sfumature, i colori accesi dei giocattoli di latta intrattengono lo spettatore, distraendolo momentaneamente dal messaggio che portano con sé. Spoletini è un fotografo, e i suoi quadri sono in partenza delle fotografie. Da qui, come a sottolineare il passare del tempo e il variare delle cose, cambia i colori e la luce fino ad annullarla. In alcune opere è impossibile capire il momento della giornata, in altre la luce appare sotto l’effetto di un filtro: azzurra, verde, seppia. Alla rigida riproduzione dei fabbricati si oppone lo spettacolo del paesaggio naturale, talmente leggero da sembrare un acquerello. Strade, fabbriche, case, dove la presenza dell’uomo non si palesa ma si intuisce soltanto, magari perché esce del fumo da un comignolo. Ad interrompere questo squarcio di vita osservata dietro all’obbiettivo, dei coloratissimi giocattoli di latta. Il pittore è un collezionista di questi oggetti: macchinine, trenini, aereoplanini. Oggetti che portano con sé il ricordo di un’epoca. Il tempo dei giochi fatti a mano, un’epoca in cui si cresceva con l’idea che lavorare in fabbrica potesse essere una svolta nella vita di un capofamiglia, il sogno del posto fisso. Il marchio del Fabbricato in Italia era impresso sul metallo, prima che ci uniformassimo al Made in Italy. “Dice che se mi taglio un dito, c’ho la disgrazia e il licenziamento non me lo danno, l’anulare della mano sinistra il dito dello sposalizio, è come se mi sposo la fabbrica”. (Ascanio Celestini, testo in catalogo)
L’immagine del Lingotto riprodotto da Spoletini come il simbolo, l’emblema di un determinato momento storico di ripresa industriale, è trattato giustamente come un ritratto d’epoca. Accanto a fabbriche riconoscibili come questo, eccone altre più anonime, ma mai inventate. Lo spunto è sempre la fotografia. Seguono paesaggi nordeuropei, piccoli paesi, finestre buie come cavità, non una luce. Un fiume che scorre, della legna raccolta, ponti, ferrovie con gli immancabili giocattoli. Una cabina di una funivia senza filo, un aeroplano giallo, una mongolfiera il cui pupazzo è l’unica cosa che ricorda che dietro tutto questo c’è sempre il lavoro e la mente dell’uomo.
valentina correr
mostra visitata il 9 dicembre 2005
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