Niente è più reale e al tempo stesso irreale delle fotografie di Claudio Asquini (Roma, 1963). Accurate e minuziose stampe a colori da lastre in grande formato, realizzate al banco ottico. Le immagini sono concepite in modo da indurre in chi le guarda un lieve disorientamento. E l’occhio, che in un primo tempo si apre sull’estensione dello spazio rappresentato, si restringe subito dopo fissandosi su uno o più punti in cerca di convalida: una chiave di lettura per situazioni non del tutto decifrabili, personaggi enigmatici, atmosfera tese e ambigue. Se da un lato in esse è riscontrabile un impianto di carattere realistico, dall’altro, un certo indulgere sul non detto e sul non visto, sull’emozione cristallizzata, sullo scarto spazio-temporale, ne attenua la presa effettiva. Cosicché sulla scia di Thomas Ruff, il grande maestro di scuola tedesca, la realtà piuttosto che catturarla si finisce per interrogarla.
Sono cinque i lavori in mostra, una selezione da un corpus più ampio. Asquini infatti per raccontare le sue storie, riprende intere sequenze, ma sceglie di mostrare un solo scatto: un episodio che non è mai il climax del racconto traviandone così l’esatta cognizione. Lascia esili tracce o crea aspettative, in una vertiginosa drammatizzazione di ciò che è assente.
Il fotografo, partendo da schizzi preparatori, costruisce le sue scene come per un film: si serve di set e attori messi in posa. E utilizza inquadrature, tematiche e suggestioni di stampo cinematografico. In Assassina, il corpo maschile che giace in mezzo all’erba rimanda alla scena iniziale di una commedia noir di Hitchcock e, il progressivo disvelamento degli indizi -una sciarpa impigliata in un cespuglio, i palloncini abbandonati sul prato, l’arma del presunto delitto, forse solo un giocattolo in pugno alla colpevole, (ma è poi veramente lei la colpevole?)- ripropone il Blow up di Michelangelo Antonioni. Una trama suscettibile in ogni istante di evolvere nelle più differenti direzioni, ora con caratteristiche di giallo, ora con quelle di proiezione paranoica, inefficace comunque a stabilire un nesso di verità.
Fra gli esponenti di spicco della fotografia contemporanea Jeff Wall è forse quello più presente nel lavoro di Asquini. Che come il fotografo canadese nelle sue composizioni cita la storia della pittura, miscelandola con la quotidianità contemporanea. In Geloso, scena a tre, ambientata nei pressi di un viadotto -quello di corso Francia?- la posa dei personaggi affrontati, i loro volti inespressivi o almeno non partecipi, il braccio muscoloso obliquo del bullo che minaccia il rivale, la disposizione passivamente scultorea della giovane, richiama i modelli classici di Jacques Louis David. Mentre il terzetto di giocatori di carte in I Bari, sembra quasi riproporre l’omonimo dipinto del Caravaggio.
Dietro le immagini iperdefinite esposte in galleria si ravvisa una sorta di metalinguaggio, una sfumata stratificazione di piani sfalsati fra loro e con l’ambiente attiguo. L’unico trait d’union è la reiterazione di un sentimento corrotto, bloccato, di un amore malato, insomma. Tainted Love, come titola la personale, riferendosi alla famosa canzone dei Soft Cell, poi ripresa da Marilyn Manson e dalle Pussycat Dolls.
Per concludere con Augusto Pieroni, curatore della mostra, è proprio “l’idea di una passione ideale tagliata e alterata in modo inatteso e straniante che ci apre le porte del lavoro di Claudio Asquini”.
lori adragna
mostra visitata il 9 dicembre 2006
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