Il tempo somiglia a un giradischi. Per Elisabetta Benassi (Roma, 1966) il tempo è circolare, anzi centripeto. E la puntina per far risuonare ogni cosa è una vecchia Fiat 124 Spider. Che traccia solchi su solchi, con gli abeti sullo sfondo, in una cava di sabbia della Val di Non. Giorno e notte, notte e giorno. Dosando i giri, avanzando senza accelerare più di un tot, mantenendo un’andatura costante che, pure, si rivela ora sorniona (se esaminata dall’alto) ora convulsa (una volta dentro l’abitacolo). È ciò che (non) accade in Yield to total elation, pezzo forte di questa attesa personale romana, videoinstallazione nel cui titolo viene citato il grande Achille Rizzoli. Tutto il resto è ripresa, in tre proiezioni simultanee: il corpo a corpo tra il volante sportivo e una rotonda stretta e infinita; la ghiaia che sferraglia e l’auto che avanza, come per omofonia; il paradosso di una polverizzazione che, anziché alimentare il vuoto, innalza tutt’attorno profili di falesia.
L’esito è sì una cavalcata a orologeria ritmata in modo mirabile, un crescendo assordante in cui tutto deraglia senza che nulla finisca fuori strada (compreso un misterioso uomo a cavallo che, a un certo punto, compare davvero). Ma anche, a conti fatti, una proposta che manca il bersaglio di fondere in modo assolutamente strutturante potenza del simbolo e concentrazione del dispositivo. Fuori fuoco sia in quanto meccanismo visivo che si offre come intransitivo, per eccesso di allegorismo; sia, all’opposto, in quanto mise en scène apertamente visionaria, per un sovrappiù di riduzionismo.
Tredici minuti in cui, in altre parole, c’è troppa carne al fuoco per formalizzare compiutamente la versione video di un’ipnosi alla Mona Hatoum, obiettivo che l’artista sembra perseguire con caparbietà; ma in cui, per converso, ce n’è troppo poca per approdare stabilmente in zona Matthew Barney. Così, a restare negli occhi (e nelle orecchie) è soprattutto l’effetto-sorpresa ingenerato dalla (dis)attesa di un qualche crinale narrativo. Ma il loop di una pièce suggestiva non è ancora l’ambito report da un autorunning, il fermo controsenso che si andava cercando.
L’analisi non muta di un millimetro al cospetto di Senza titolo (La vie à credit), installazione che sta in piedi più che altro come una scultura. Il braccio in metallo e il propulsore sottostante che lo anima, mentre incidono una tavola di legno disegnando/designando con la puntina una circolarità suicida, tralasciano di formulare appieno tanto la struttura concettuale dell’oggetto decontestualizzato (leggasi: del ready-made vero e proprio), quanto quella dell’oggetto costruito ad arte ma in sé analitico (leggasi: di un ideale compasso aberrante). Collocando gli elementi in gioco, un’altra volta, in una terra di mezzo dove essi risplendono ma non prendono a funzionare. Se non, appunto, in quanto latori in senso nominale di un’estetica del meccanismo.
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come sempre più spesso accade su questa rivista on line non si capisce cosa voglia dire il critico di turno a proposito della mostra in questione. cercate di essere più chiari.