Quando due artisti, per di più di fama internazionale, si incontrano e danno vita a un’idea comune, il risultato non può che sorprendere. Al di fuori di ogni ottica curatoriale, ciò che emerge è solo l’opera, e l’anima che l’ha scaturita.
Seppur provenienti da esperienze diverse, Jimmie Durham (Arkansas 1940; vive tra Roma e Berlino) e Jannis Kounellis (Pireo 1936; vive a Roma) hanno proposto negli spazi del giovane SoundArtMuseum (nato il 26 febbraio 2005) nonché sede di Radio Arte Mobile (spazio virtuale concepito nel 2001), due installazioni che dialogano tra di loro in una lingua tutta meticcia.
Il pensiero di confrontarsi con un tema tanto importante e tanto radicato nella tradizione, come la deposizione, deriva da un’ossessione che Kounellis aveva già manifestato una trentina di anni fa alla galleria Pieroni di Pescara, dove ispirandosi al quadro Morte di Marat di Jacques Louis David, ne aveva riconsiderato gli aspetti mistico-profani.
Come di fronte ad un match -un’amichevole ovviamente- i due lavori animano la stanza “rimbalzandosi” il messaggio a vicenda. Le forme dialetticamente contrapposte accompagnano da sempre la ricerca di Kounellis: ferro, carbone e iuta contro fuoco, piante e animali vivi; freddo, rigido e artificiale, contro caldo, mutevole e naturale. Così l’artista si serve dei materiali come catalizzatori di significati, come metafore di un conflitto mai risolto tra imposizione culturale e spontaneità creativa. Sono questi i poli concettuali cari all’universo kounelliano che ritroviamo nell’installazione creata appositamente per la mostra. Sedici tavoli di legno non uniformi, ma resi omogenei da una copertura di sfoglie di piombo, colmano lo spazio impedendo una circolazione libera nella sala. Nel cuore di questo raggruppamento ordinato, come nell’occhio di un labirinto in miniatura, è incastrata una branda, su cui
Al lato estremo della stanza Jimmie Durham posiziona, invece, una scala di alluminio di cui nasconde la sommità con un lenzuolo bianco, un chiaro richiamo iconografico, ma non iconologico, al tema trattato. Su di esso è poggiata una grossa pietra lucida di ossidiana nera, scalfita su vari lati. A terra migliaia di pezzi di vetro di calici da vino rotti. In una performance per pochi intimi l’artista aveva, infatti, provveduto a spaccare e frantumare un centinaio di bicchieri registrandone il suono, che è stato poi integrato nell’installazione in un secondo momento su suggerimento dei curatori, e lasciato scorrere come una memoria in feedback da un’altra stanza. Il bicchiere rotto riconduce allo spiritualismo, nonché alle pratiche legate all’occultismo: destinatario dell’energia trattenuta e rilasciata dalla pietra-monumento, esso è trasformato in qualcosa di altro, ma non per questo di negativo. Ecco come la cultura Cherokee dell’artista si insinua nell’opera dichiarando guerra agli stereotipi della mentalità occidentale rappresentati dai bicchieri di produzione industriale: la pietra deposta e apparentemente immobile è in realtà fonte di mutazione e di energia positiva. “È come se la pietra esprimesse di per sé un desiderio di volare, per rompere i bicchieri e poi tornare al suo posto” (intervista di Ilari Valbonesi del 22 dicembre 2006)
Il potere panico dei materiali si rivela chiave di lettura imprescindibile nell’operare di un’intera generazione. Ciò che alla fine degli anni Sessanta gli esponenti dell’Arte Povera in Italia (Kounellis per primo) fecero nei confronti dell’oggetto, e ciò che Joseph Beuys su suolo tedesco compì nei confronti della dimensione temporale e del passato, dimostrano continui rigurgiti nel presente.
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marta silvi
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