Ogni dettaglio dell’allestimento -nella sua essenzialità- è curato nello spazio della Galleria L’Union, che si trasforma per diventare Campo argentino, la voce del racconto di Sandro Mele (Melendugno, Lecce 1970).
La distanza tra il cuore di Roma -esattamente Casa Bettie, dove l’artista vive- e la hacienda La Mercedes in Argentina, dove ha realizzato un’installazione nel 2000 e dove è tornato alla fine del 2005, è di oltre undicimilacinquecento chilometri, ma la lontananza diventa vicinanza all’interno dello spazio espositivo.
Non è solo un processo di ricostruzione di luoghi e momenti, quanto piuttosto la celebrazione di un incontro, di esaltazione del dono prezioso che è lo scambio. Quasi un lavoro antropologico, quello di Mele, che già nel 2000 aveva documentato l’accoglienza ricevuta dalla gente del posto, che aveva partecipato attivamente alla realizzazione di una sua installazione. “Tutto il lavoro è nato anche tramite loro” -afferma l’artista- “l’opera d’arte si forma attraverso la fiducia”.
“In Argentina Sandro Mele ha condensato gli strati differenti del proprio disegno mentale e li ha riportati dentro quello che descrive come un enorme quadro dove fondere i contributi spontanei della gente al sound dei Minimono, la scultura alla fotografia materica, la pittura alla terra.”, scrive Raffaella Guidobono, curatrice della mostra, prima personale romana di Mele. “È un lavoro in continua collaborazione dove l’identità dei protagonisti esce sempre: fa parte del concetto dei Minimono aggiungere la propria personalità all’opera e venir citati. La mostra gioca sul fatto che le persone regalino se stesse, senza il minimo senso di espropriazione. L’esperienza è parte integrante del lavoro. La collaborazione si trasforma in linguaggio.”
Campo argentino è, quindi, un dialogo tra le arti, prima di tutto: lungo la parete più lunga nove fotografie in bianco e nero su cui l’artista è intervenuto con i colori naturali; un dittico di cui una parte è disegnata a carboncino e l’altra è fotografica; una scultura di ferro a forma di panchina con il logo dei Minimono; tre video che raccontano a colori un quotidiano fatto di gauchos, mandrie di bovini, spazi verdi solcati dal trattore, volti della gente; la musica elettronica.
Ma, soprattutto, il dialogo è tra l’artista e le altre persone, che siano i Minimono o la gente del posto che vive e lavora in quella hacienda all’interno della Pampa, a circa 400 km da Buenos Aires e ad una quarantina da Nogoja, il paese più vicino. O anche gli spettatori che camminano incerti nello spazio de L’Union, lasciando traccia dei propri movimenti sul terreno.
“Quello che racconto è la fantastica esperienza che ho vissuto nel 2000 e che ho ritrovato in quest’ultimo viaggio” -dichiara Mele. “Un rapporto fatto di passione, amicizia, difficoltà, ricordo. La terra è l’elemento naturale in cui convive tutto questo. Volevo rendere quest’idea di precarietà, per questo l’ho usata per l’allestimento.”
manuela de leonardis
mostra visitata il 1 aprile 2006
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