Si potrebbe dire, parafrasando, non senza una certa dose di umiltà, Hannah Arendt, che l’inedita installazione di Maurizio Savini (Roma, 1962) si costruisce sulla riflessione della “banalità della guerra”. Soprattutto quando la guerra va a braccetto con l’economia (metaforicamente rappresentata nella fotografia di grande formato dall’uomo in giacca e cravatta che, slanciato nel cielo, è alle prese con un fucile). Quando cioè si innesca quel machiavellico perverso vortice di causa-effetto, che fa perdere di vista dove si annida il male, dove è sempre più difficile distinguere con lucidità il confine tra “gli innocenti” (quasi d’obbligo il riferimento all’ultimo lavoro del regista danese Per Fly). Quel perverso vortice in cui l’economiageneralaguerrageneratadall’economia. Quel vortice dove le Grandi Potenze si contendono, a suoni di milioni di soldi e vittime, un appezzamento di terreno. Quel terreno che è posto al centro del tavolo che Savini costruisce, stavolta, a forma di croce. Di nuovo il tavolo -come nella scorsa mostra romana- dove però stavolta quattro contendenti si giocano il tutto per tutto. Contendenti evocati e sottintesi dai colori delle quattro bandiere declassate a ruolo di tovaglie. Bandiere n
Confini che si sfilacciano allorquando riescono a entrare in contatto con la cultura dei cosiddetti “cattivi” e scoprirne -di nuovo guarda caso- anche dei sorprendenti inaspettati lati positivi. Del fumetto l’artista ha scelto a random delle strisce che, seppur mancanti di consequenzialità, ne ricostruiscono perfettamente il senso. Un racconto di cui volutamente non è dato il finale. Un epilogo, però, facilmente intuibile.
daniela trincia
mostra visitata l’11 aprile 2007
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