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fino al 31.VII.2005 | Gary Hill – Archi Risonanti | Roma, Colosseo

di - 24 Giugno 2005

Schivo alle interviste e ai clichè della critica, Gary Hill (Santa Monica, 1951) si presenta ai romani con l’applombe tipicamente zen dell’artista californiano. Davanti alla platea di giornalisti e fotografi, improvvisa una performance sonora, per esorcizzare la tensione causata dal ronzio assordante di un elicottero, di pattuglia sui cieli del Colosseo. Al frastuono cacofonico del velivolo Hill contrappone l’eco del suo corpo: un Om lungo e profondo che libera l’atmosfera dall’impasse momentanea. Un gesto che introduce Resounding Arches – Archi Risonanti, realizzato per il sito archeologico e scandito in diversi momenti: un primo assaggio il 14 aprile all’Anfiteatro Flavio, proseguito nel mese di maggio al Tempio di Venere e Roma, per culminare l’11 giugno nell’arena del Colosseo, scenografia eccellente di un happening suggestivo, in cui le sculture viventi di Hill si sono materializzate come “rovine di un futuro”.
La scansione del progetto, dispiegato per tappe successive, mostra come il tempo sia un elemento-chiave della ricerca di Hill. Non a caso, dopo gli esordi scultorei con barre d’acciaio e materiali tradizionali, nei primi anni ’70 l’artista sceglie di utilizzare il video per la sua fluidità, capace di agire sul “tempo reale” con effetti manipolatori e di feed-back. Un mood epocale, che pervade il Nuovo Continente da un capo all’altro, tra la fine dei ’60 e i primi ’70: dall’Art and Technology Program di Maurice Tuchman al L.A.C.M.A. di Los Angeles, alle Nine Evenings di Rauschenberg a New York. Hill, pur non avendo preso parte a tali esperienze, ammette di esserne stato consapevole, in un momento eccezionalmente prolifico per lo scambio tra arte e nuove tecnologie. Al tempo stesso, dice di non essere un artista “tecnologico” e d’interessarsi, piuttosto, alla natura dell’essere umano: “E’ strano trovarmi in un luogo così pieno di storia. Da americano, ho un passato relativamente giovane, perciò, più che un video-artista, mi sento un archeologo”. Il video, dunque, come strumento flessibile alle sue istanze creative, con il quale, tuttavia, non vuol essere identificato. Nessun feticismo tecnologico, ma uno sguardo perennemente acceso sull’uomo e le sue infinite potenzialità percettive. Nell’installazione all’interno del Colosseo, Hill evidenzia tale aspetto, stabilendo una relazione diretta tra immagine e suono: lo stimolo uditivo si trasforma in visivo, assumendo le sembianze di una creatura femminile che suona una tromba, diversamente deformata, in rapporto al timbro e alla durata. In uno spazio “acustico” ed evocativo come il Colosseo, il lavoro si proietta sul duplice orizzonte del presente e della memoria, dilatandosi come un anello di Möbius. Il corpo, a sua volta, è organo vibrante, sintonizzato sui battiti del luogo: un luogo ad alta intensità simbolica ed energetica. Tra le righe, l’invito a riscoprire le facoltà senzienti di uno strumento, troppo spesso anestetizzato dai media, per farne l’unica, vera interfaccia con il mondo. Dunque, un Hill inaspettato, in veste di filantropo, anziché d’illusionista tecnologico. Contro ogni previsione.

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mostra visitata il 14 aprile 2005


Gary Hill – Resounding Arches/Archi Risonanti
Roma, Colosseo, 14 aprile-31 luglio 2005
a cura di Ester Coen e Giuliana Stella
tutti i giorni, 8:30-19:30; la biglietteria chiude un’ora prima – ingresso: intero € 10, ridotto € 6
informazioni, prenotazioni e visite guidate: 06 39967700 – www.pierreci.it


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