Trastevere, cuore della romanità, racchiude l’essenza della vita cittadina, tra le viuzze anguste del centro storico: canali di un flusso incessante che converge nelle piazze, mete tradizionali d’incontro e aggregazione sociale. L’identità capitolina, colta nei suoi tratti più autentici –i sampietrini, gli intonaci scrostati dal tempo, il mormorio delle fontane– è la corteccia emotiva su cui s’innestano i lavori di Whystyle, collettivo di giovani artisti romani, meglio noti nel circuito underground come TRV (The Riot Vandals). Negli anni Novanta, questa crew di “barbari devastatori” ha letteralmente invaso la città, bombardandola a colpi di aerosol. Quale nesso può instaurarsi tra un’azione tanto radicale e la tutela dello spazio urbano?
In effetti, la tendenza ad appropriarsi del vuoto metropolitano corrisponde al bisogno innato d’immedesimarsi con il proprio habitat esistenziale. La prassi autogestita degli street artists sembra evidenziare la crisi profonda dell’arte contemporanea. La sfera pubblica ha perso la funzione di produrre, ospitare, divulgare l’arte, lasciando che fosse relegata in luoghi “deputati” ed elitari. Da qui, l’urgenza di riconquistare un territorio, usurpato dall’invasione selvaggia e incontenibile dell’advertising. Alla ratio economica che legittima l’acquisto di spazio –ottima vetrina per le campagne commerciali più aggressive- si contrappone l’irruzione clandestina dei writers, a caccia d’interstizi in cui infiltrarsi.
L’etica della lotta, per quanto sdrammatizzata nella versione kitsch e ridicola dello show televisivo, è incarnata dai wrestlers di Stand: eroi mascherati, come i guerriglieri armati di spray e celati sotto falso nome. La bicicletta dell’amico Kraze -dipinta da Pane– è un inno alla libertà, in antitesi alla mobilità coatta e nevrotica del mondo contemporaneo.
L’idea del viaggio, come rito iniziatico e fonte di conoscenza, è il tema-chiave della mostra, che pone a confronto Roma e Amsterdam, capitali del writing europeo. Entrambe sono state protagoniste di un ricco scambio dialettico, che ha alimentato la continua evoluzione dello stile e la sua contaminazione con strumenti e codici innovativi. La punta avanzata del fenomeno, che registra il progressivo passaggio dalle vie di quartiere alle autostrade informatiche, è visibile nei lavori di Delta e Zedz. La tecnologia digitale elabora immagini tridimensionali di utopie architettoniche, ispirate all’estetica mutante dei transformers giapponesi: un’ipotesi che racchiude il caleidoscopio sfaccettato e camaleontico dell’era postmoderna, vicina alla soglia dell’immaterialità. Nonostante le reciproche influenze e gli assidui contatti, Roma ed Amsterdam conservano caratteri originali, riconducibili alle specifiche realtà geografiche e culturali. Una diversità espressa chiaramente dalla bici di Pane -veicolo a misura d’uomo– e i paesaggi high-tech dei cugini mitteleuropei, progettati –pare- per i futuri navigatori dell’iperspazio…
maria egizia fiaschetti
mostra visitata il 16 giugno 2004
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