Non è fatto consueto incappare in un progetto, articolato in più mostre, che riesca a mantenere in ogni tappa la medesima compattezza d’intenti e originalità. Premessa necessaria e utile, questa, al ciclo curato da Marcello Smarrelli che indaga in chiave inedita il rapporto sottile e fecondo che esiste tra arte contemporanea e design. L’idea -semplice in apparenza, in realtà ricca di molteplici spunti- è quella di chiedere ad ogni artista invitato (siamo al quinto appuntamento) di cimentarsi nella creazione di un oggetto. Oggetto che dev’essere tassativamente inventato ex novo e di cui l’artista deve inventare anche lo scopo: oltre alla cosa, quindi, anche il perché, creato ad hoc per questo feticcio o idolo moderno che sia, secondo le indicazioni fornite dallo stesso curatore. Il risultato è una riflessione, ogni volta differente, condotta sul crinale sottile dei concetti di utile e inutile, di forma, di funzione. Temi certamente scottanti e cari tanto al design strictu sensu, quanto all’arte contemporanea.
Elegante e austero è l’intervento di Massimo Grimaldi (Taranto, 1974; vive a Milano): formalista triste di indole, per sua stessa definizione, l’artista affida l’esito dell’allestimento a due parallelepipedi neri, identici, uno attaccato alla parete, l’altro posto a terra, uniti da un panneggio di poliuretano, e ai suoni (e ai molti silenzi) di una playlist assemblata per l’occasione.
Archetipi o surrogati rispettivamente di una scultura e della presenza di un quadro, i due solidi sono di fatto due riempi – spazio, mentre la musica –o l’assenza ingombrante di essa, visto che ogni brano della playlist
È dunque su questo margine di quieto, ma affilato disincanto che s’attesta la riflessione dell’artista: così la superficie liscia, fredda, riflettente dei due parallelepipedi, l’alternanza di suoni e di silenzi, il moto leggero del drappo di poliuretano semitrasparente scandiscono la semplicità assoluta e straniante dell’allestimento. Dove non c’è dichiaratamente nulla da capire s’instilla il dubbio più feroce: ed è proprio lì che Grimaldi, in barba a qualunque divertissement concettuale, trova nel formalizzare una risposta adeguata. Che, tutto sommato, è una difesa e una pratica rassicurante.
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