Carlo Pagliari (Roma, 1951) non è ottimista, eppure uno spiraglio di positività c’è -a ben vedere- nei suoi ultimi lavori. È tutto concentrato in quella linea dell’orizzonte -di un colore che dall’ocra passa al salmone- presente in Anideale, una delle grandi opere su tela che con Parallele e Pulsazioni costituisce un trittico. Questi dipinti segnano un ulteriore passaggio nel lavoro dell’artista che, dagli anni Novanta in poi, ha sempre prediletto lavorare su tavola. La tecnica ricorda quella dell’incisore: “Graffio il legno con una piccola lamella, togliendone -magari in maniera impercettibile- un piccolo strato su cui il colore, che passo successivamente, viene assorbito diversamente che altrove. È un lavorare sul togliere, non solo sul riempire”, spiega l’artista. “Questa fase è preceduta da una parte grafica, quella del disegno a matita, sulla tavola preparata con lo stucco e il Vinavyl, che poi viene acquerellata o dipinta a tempera e perfino con l’acrilico, dipende dal contrasto che voglio dare. Poi quando, alla fine, la tavola è asciutta, stendo una velatura ad olio.”. Nel trittico c’è anche un altro elemento nuovo: il passaggio fotografico su tela di un suo disegno ripetuto più volte.
L’opera rappresenta il nucleo centrale delle undici esposte alla Galleria Incontro d’Arte, molte delle quali sono visioni urbanistico-architettoniche giocate su incastri prospettici che -a prima vista- potrebbero ricordare M. C. Escher. In realtà Pagliari non ama l’artista olandese, “perché al contrario di lui, nei miei lavori -quando c’è- sfrutto l’errore, proprio perché è anche questo elemento a dare respiro al quadro. L’errore rappresenta un lasciarsi andare, una libertà.”. L’autore ripesca queste architetture -e anche la predominanza dell’ocra nel suo lavoro- in un angolo della memoria: quegli edifici umbertini di Roma, intorno a piazza Dante, dove è nato e ha vissuto fino a pochi anni fa.
La tavola in cui è raffigurata una finestra lambita dal buio –All’esterno– è, invece, un’opera dedicata al poeta Antonio Ricci, con cui Pagliari ha condiviso una breve ma intensa amicizia. Le poesie sono rivolte verso l’esterno, lasciando intravedere solo piccoli incipit. Leitmotiv di altre due tavole –Senza titolo e Ars Memoriae– sono i cappotti nelle varianti maschili e femminili, sportivi ed eleganti, perfino ecclesiastici. Il significato va oltre l’apparenza, implica uno sguardo indietro -al passato- che è anche di denuncia. “ È incredibile come certi oggetti che si presuppone abbiano una caducità sopravvivano, invece, al proprietario”, afferma Pagliari.“Ricordo l’inutilità del guardaroba di mia madre quando lei non c’era più. Per non parlare poi dei campi di concentramento nazisti, dove gli oggetti avevano più valore delle vite umane, perchè questi venivano conservati, a differenza delle persone che li avevano indossati.”
La reiterazione dell’elemento cappotto accompagna lo sguardo dello spettatore soprattutto in quel lungo corridoio di Ars Memoriae, dove alla fine, piccola piccola, c’è la statua di Giordano Bruno. Anche qui il numero quasi infinito di cappotti è la rappresentazione di quella moltitudine di persone che, in ogni epoca, è stata perseguitata.
manuela de leonardis
mostra visitata il 7 marzo 2007
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