La nuova Galleria Evangelisti+Corvaglia -spazio con una specificità prevalentemente fotografica, del resto è situato in uno dei più famosi laboratori di stampa della città- apre al pubblico con una personale di Corrado Sassi. L’appuntamento s’inscrive nel fitto carnet di mostre ed eventi del Festival Internazionale di FotoGrafia.
Labirinto è il titolo scelto dall’artista, denso di rimandi ancestrali e simbolici: come non ricordare, infatti, il celebre mito cretese, metafora del conflitto tra la ratio disciplinante dell’architetto e l’istinto irrefrenabile del Minotauro? Analoga è la prassi operata dall’artista, che non si limita alla semplice parafrasi del reale; al contrario, il suo sguardo pare sconfinare dall’orizzonte lineare e uniforme del visibile. L’occhio, anziché fissarsi nell’estasi contemplativa dell’immagine, migra tra le sue parvenze infinite, da cui trae spunto per un reportage suggestivo, privo di risvolti documentari.
Tale procedura, giustamente avvicinata dal critico-curatore Federico Del Prete all’automatismo surrealista, evidenzia un approccio prensile al ricco bagaglio iconografico dell’era postmoderna. La fotografia si configura, dunque, come una peculiare forma di bricolage, annidata tra le pagine di libri illustrati di ogni tipo. Da questa sorta di ready-made fotografico, Sassi elabora una serie di scatti letteralmente fuorvianti rispetto all’originale, smantellandone la compagine visiva e semantica. Al tempo stesso, tale slittamento consente il recupero della realtà nella dimensione del proprio universo interiore: digressione la definisce, appunto, Del Prete.
Le sembianze inverosimili e incongrue delle opere fotografiche sono evidenti nella loro patina monocroma, che non riproduce la tavolozza multicolore del fenomeno. Tutto vira al verde, dai toni spenti e sbiaditi, come un’allucinazione improvvisamente affiorata dagli abissi torbidi e vischiosi della memoria. L’evidenza tangibile dell’immagine si contrappone all’ambiguità assoluta del soggetto, non catalogabile secondo i consueti parametri logici. La fotografia di Sassi, dunque, non si propone d’immortalare l’essenza effimera e labile delle cose; piuttosto, tende a far emergere un universo celato oltre l’orizzonte fisico, del quale è possibile cogliere segnali intermittenti e discontinui, senza riuscire mai a ricostruirne un insieme nitido e dettagliato. Un obiettivo mobile e sfuggente. Che cerca di assomigliare alla vita.
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