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Fino al 6.VII.2014 | Wim Wenders, Urban Solitude | Palazzo Incontro, Roma

di - 13 Giugno 2014
“Anche le nostre città sono diventate sempre più fredde, più inaccessibili; estranee e stranianti”. È lo stesso Wim Wenders, ne “L’atto di vedere”, a spiegare il suo modo di intendere la fotografia, come testimonianza e specchio della crescita “a dismisura” di immagini e architettura. Una dismisura che schiaccia l’uomo fino a non percepirlo. Di più, fino a dimenticarlo. Ed è dalla scarsa attenzione che lo spazio riserva all’uomo che ne è progettista che nasce la mostra “Wim Wenders. Urban Solitude”, personale di foto del regista a Palazzo Incontro fino al 6 luglio.
A otto anni dalla sua ultima mostra fotografica a Roma, Wenders torna a proporre il suo modo di vedere e la sua realtà. “Se non altro io mi vedo come testimone – dice Wenders – Sarei anche contento se voleste chiamarmi interprete. Io cerco di ascoltare e vedere il messaggio di un posto e di tradurlo in un altro linguaggio, quello universale delle immagini”. Non una sorpresa.

Il film maker ha fatto della fotografia uno dei punti e dei codici chiave per la lettura dei suoi film, portando il paesaggio ad essere sempre in primo piano come personaggio della narrazione e a volte addirittura narratore.
Ecco allora una selezione di venticinque scatti freddi, inaccessibili, stranianti, appunto, che illustrando la solitudine delle e nelle città, finisce per farsi performance nello spazio espositivo del Palazzo. Il visitatore che osserva l’evidenza della solitudine e percepisce l’estraneità del luogo diventa parte integrante dell’opera e metro per il visitatore successivo in un gioco di scatole cinesi che ha il sapore della non comunicabilità, aggravata dal silenzio come regola museale.
La presenza in sala finisce così per farsi monumento all’assenza. E alla solitudine, ovunque essa si trovi. Perché ovunque essa si trova. Pur nei suoi cambi di latitudini e scenari, la città di Wenders è piena – di sé – proprio perché vuota – degli altri – in un’esaltazione di architetture che, per quanto minimale, si trasforma in sovrastruttura.
Dagli scenari urbani, evidentemente influenzati dallo sguardo pittorico di Edward Hopper, fino all’ultima serie “Places, strange and quite”, del 2013, una carrellata di haiku fotografici che sintetizzano la trasformazione dello spazio, ma più ancora della sua percezione. La città che esclude diventa spazio intimo, eco di un’interiorità che pretende silenzio per esprimersi e solitudine per maturare. La filosofia è chiara fino al culmine degli scatti dedicati ai cimiteri: “Una cosa che voglio sempre vedere in una città sconosciuta o in un paese sono i cimiteri – spiega Wenders – Essi sono come un libro aperto. No, non per conoscere la morte, ma per conoscere la vita”. La stasi determinata dalla mancanza di movimento diventa in realtà attenzione al superiore flusso del tempo indagato e compreso, passando così dall’ansia del “fermo” alla quiete di una consapevole partecipazione al disegno, e ora sì anche moto, del mondo.
Valeria Arnaldi
mostra visitata il 17 aprile

Dal 18 aprile al 6 luglio
Wim Wenders. Urban Solitude
Palazzo Incontro, via dei Prefetti 22
Orari: 11-19; chiuso il lunedì
Info: 0632810

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  • wenders aveva compreso che per conoscere un opposto,bisogna indagare l'altro polo.....anche se come tanti fotografi non aveva compreso l'ontologia dello strumento tecnologico che usava e il relativo svelamento della realtà fisica che poneva in atto......compreso invece per primo da MARTIN HEIDEGGER,seguito da MARIO COSTA.

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