Una sequenza di tre brevi video proiettati senza limiti di orario, con cui la galleria si apre all’esterno e trasforma il caso in attenzione. La persuasione che l’arte possa esporsi di sorpresa, inserendosi come corto circuito deviante nel percorso quotidiano, trova la sua ennesima declinazione tra i vicoli di Trastevere.
L’olandese Tessa M. den Uyl (Utrecht 1973; vive a Firenze) firma il primo lavoro, Rumbowling part II, impressionante messa in scena di un rito dal sapore orientale. Una delle possibili catene di immagini liberata dal video inanella autodistruzioni cui personaggi occidentali si sottopongono adottando le modalità stilizzate e inesorabili delle culture asiatiche (che ne siano fisicamente accerchiati o meno). L’artista indossa i panni di un’esotica bambola, in una camera rossa dove le mani e gli oggetti si muovono in danza come preparativi e specchio di morte. La consumazione dei gesti precipita nel fuori quadro di un volto, peraltro già piegato alle regole della rappresentazione. La raggelante ellissi finale non esclude che l’impiccato sia solo un burattino, pelle dismessa da un corpo d’attrice.
In Folding Time, del messicano Guillermo Roel (Città del
Messico 1970; vive ad Oaxaca, Messico), gli echi di una storia nazionale e continentale diventano colpi che distruggono l’equilibrio del giorno, escludendo dallo schermo ogni ipotesi di separazione bucolica tra processo artistico e mondo.
Per quanto povera e retorica possa apparire l’azione umana al cospetto di un’invitante armonia esterna, essa è il prodromo di una visione nuova, capace di abbattere gli esiti di un’intenzione violenta e di rovesciare il punto di osservazione. Il colore esplode dal bersaglio bianco, avvolgendo e rivoltando l’inquadratura in colate che sembrano fiumi e paesaggi.
Entrambi i lavori si avvalgono di una nettezza prorompente del colore, così come di un disincantato meccanismo narrativo. Senza titolo, di Eugenio Percossi (Avezzano, 1974; vive tra Roma e Praga) è senza dubbio più scarno. La sequenza del volto lentamente sottratto al riconoscimento dalla condensa, non manca di suggerire riflessioni sul genere autoritratto e su sue possibili originali reincarnazioni per mezzo del video-pennello, con tutto quel che ne consegue a livello di concetto.
Nel testo che accompagna la mostra, si trova infine ben espressa l’ipotesi che ha condotto all’accostamento di questi tre recenti lavori: “Film d’artista, verrebbe da dire, fulminei per durata e per tensione espressiva, in cui la catastrofe narrativa si configura con precisione estrema e insieme, accuratamente propiziata, pare dilatare il tempo dell’evento e inscenare, così, fino a farsi invisibile, un’astrazione radicale ma tutt’altro che asettica”.
francesca zanza
mostra visitata il 21 aprile 2005
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