Esce finalmente allo scoperto uno dei “marchi” più noti della street art romana: Sten. Una sigla che tutti, almeno una volta, avranno visto affiorare nella randomness cittadina. Dal 2003 il suo artefice ha iniziato a disseminarla ovunque, con un nomadismo tanto imprevedibile quanto sistematico, da perfetto Diogene postmoderno. Difficilmente capita di scorgere una traccia così pervasiva e ondivaga nel tessuto urbano, trasversale ai luoghi e ai quartieri. Un fenomeno che si è espanso a macchia d’olio sui muri della Capitale, infiltrandosi prepotentemente nella segnaletica convenzionale. L’operazione di guerriglia semiologica, già cara alle Avanguardie degli anni Sessanta, specie ai Poeti Visivi, attinge al ricco patrimonio sinestetico della cultura pop: cinema, fumetto e tv, geneticamente affini al target adolescenziale di riferimento. Del resto, come non giustificare il revival iconografico del Terzo Millennio, totalmente saturo di novità e ripiegato sulla citazione? Ne è un esempio la retrospettiva di Tom Wesselman, gigante della Pop americana, al Macro di Roma. In particolare, uno dei suoi celebri nudi spicca per il bianco-nero, in netto contrasto con la policromia laccata delle altre tele. Un pattern che ricorda i procedimenti della stampa e dell’immagine ready-made, ottenuti in negativo, proprio come lo stencil. Analoga è, inoltre, la possibilità di clonare la matrice iniziale, replicandola all’infinito. Tuttavia, se la Pop Art amplifica temi e simboli dell’immaginario di massa, Sten rispolvera, anacronisticamente, personaggi d’archivio ripescati dagli annali del cinema horror e della fiction televisiva.
Da Hitchcock al tenente Colombo. Progressivamente, il suo campionario figurativo si è arricchito sino a comprendere soggetti reali, ritratti a grandezza naturale nella pubblica arena, o icone della Vergine, vagamente cimabuesche. A tale proposito, si potrebbe azzardare un nesso tra la bidimensionalità delle pale d’altare, o il cloisonné delle vetrate gotiche, e i lavori di Sten. Non a caso, da bravo artigiano del Duemila, si presenta in una fabbrica dimessa nel quartiere San Lorenzo, lo stesso che ha visto nascere in un vecchio pastificio la Seconda Scuola Romana. All’Esc – Libera Università Metropolitana espone insieme ad un folto gruppo di giovani che, probabilmente, sono candidati a diventare i nuovi pittori della Roma urbana: JBrock, Diamond, Lucamaleonte e Pax Paloscia, noti nel circuito underground e stelle nascenti del firmamento capitolino. Nell’officina, volutamente scarna e minimale, spiccano le note squillanti dei loro lavori, densi di creatività e sperimentalismo. Che stia nascendo una nuova factory? Andate a vedere…
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A ridàtece Dirty Harry Callaghan
eheheheh...