Inquadrature secche, particolari essenziali e carichi di reconditi significati. Gesti definitivamente congelati e trasformati in emblemi di situazioni quotidiane, familiari. Situazioni che, decontestualizzate dal tempo e dallo spazio, si caricano di vaghezza e mistero: senza alcuna coordinata certa, non si conoscono il prima o il dopo, se non immaginandoli. Sono queste le qualità dei lavori di Arash Rapdour (1976, vive a Roma), cui vanno aggiunte la perfezione tecnica e il gesto assoluto, frutto dell’esperienza nel campo della fotografia di moda.
Gianluca Marziani, curatore di questa prima personale romana del fotografo, pone l’accento -in maniera quasi ossessiva- sulla capacità ipnotica di questi lavori. Ed è vero. Perché di fronte alle fotografie di Radpour si rimane come bloccati, colpiti dallo stesso senso di sospensione che le attraversa. Numerose sono anche le sensazioni sollecitate, a volte addirittura con una certa violenza, quasi a voler scuotere con forza lo spettatore dal torpore in cui la bellezza estetica può farlo cadere. In Mum’s hands, in un primo piano reso da un vertiginoso blow-up, delle mani armeggiano con un sottile spago. D’impatto sembrerebbe il domestico gesto di infilare un ago. Ma non c’è nessun ago, né altri indizi.
Tutto il glamour della fotografia di moda riaffiora prepotentemente in Trough Sensity # 1, dove ancora un dettaglio di un corpo è posto in primissimo piano: dei piedi nudi femminili. Colmi di tutta la carica sensuale che sono capaci di evocare, il loro riflesso nell’acqua ne sddoppia la portata. E di nuovo non sappiamo niente del luogo e del liquido riflettente (è acqua o cos’altro?).
Ad aumentare l’alone di mistero è la mancanza di una luce netta. Anche se le immagini sono interamente giocate sul contrasto luce-ombra, questo avviene tra toni abbassati. I colori, pastosi e scuri, creano dei luoghi dominati dall’oscurità, come a dar voce ad un ricordo ripescato nel buio della memoria.
daniela trincia
mostra visitata il 29 settembre 2005
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mostra veramente bruttina