È un mondo dai colori freddi quello rappresentato da Claudio Di Carlo (Pescara, 1954). La stessa illuminazione della galleria enfatizza l’atmosfera livida dei quadri in mostra, così gli ambienti totalmente bianchi e asettici.
Di fronte all’ingresso: Crash, la grande tela che intitola la personale. Un paio di gambe calzate da scarpe frivole inquadra un disastroso incidente. Nello spazio plumbeo privo di tonalità calde il fattore realtà, reso con la tecnica vicina al linguaggio della grafica pubblicitaria, tende a spersonalizzarsi. Diventa pittura “più vera del vero”, assumendo connotazione di metafora tragicamente ironica, cui non è estranea una vena di critica sociale.
Tutti i dipinti ripropongono temi analoghi seppure con misurate diversità formali. In Die lange nacht, citazione della lunga notte brechtiana, si nota a margine l’inquietante corteo di camion allontanarsi nel buio. In Notte glam, sempre ambientato nell’oscurità, è un viso femminile a risaltare. Carico di sensualità, sembra bere a sorsate avide la notte, noncurante della tragedia che si consuma lì accanto. Nell’intento del pittore “le due scene neanche si sfiorano, racchiuse in una incolmabile distanza spazio-temporale”.
Ancora: Cosmic relaxation e Le livide matin, dove spicca una figura intera vista da dietro. Una top model che sembra sfilare impassibile sulla stessa corsia di una macchina cappottata. Un’immagine da rivista di moda inserita in un contesto drammatico. Per l’artista “la bellezza, sia pure effimera, ha il potere di esorcizzare il crollo della società consumistica”. La donna del Di Carlo per altro, è intrisa di simbologia erotica, carica com’è di oggetti fetish e ripresa nei particolari con la prospettiva del voyeur. Il binomio freudiano eros e thanatos, riproposto da Bataille, è fonte d’ispirazione del pittore, specie per il concetto esposto dal filosofo di “erotismo tragico”: istante in cui piacere e dolore sembrano finalmente unificarsi.
Le cinque pitture su tela emulsionata presenti in mostra lasciano intravedere sotto il colore a olio l’impronta sgranata dei pixel. Di Carlo produce immagini estrapolate dal computer, dal grande e dal piccolo schermo, da riviste e foto scattate in prima persona, cercando di bloccare l’attimo estremo di ogni scena. Come Edward Hopper, costruisce la pittura ad uso dell’inquadratura, ma con “colori che hanno la razionalità del video e il cuore manuale di chi rielabora immagini elettroniche” per dirla con Gianluca Marziani.
Claudio Di Carlo privilegia la pittura come mezzo espressivo, ma pone particolare impegno alla realizzazione di progetti sperimentali di fusione delle arti. In quest’ottica, durante il vernissage ha presentato insieme ai dipinti un evento performativo. In un angolo della galleria una Megàne incidentata ad arte, sulla falsariga delle “compressioni” di César. Come sonoro, strombazzamenti di clacson e liti fra automobilisti tratti dal film di Jean-Luc Godard, Week End (1967), viaggio attraverso orrori e devastazioni lungo un’autostrada. Da sottofondo alle movenze di una modella in raso blu notte e tacchi a spillo, femme fatale, oggetto del desiderio muto e irraggiungibile. Non a caso fa notare lo stesso pittore, Crash, suono onomatopeico dell’incidente, in slang americano vuol dire anche “incontro d’amore”.
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lori adragna
mostra visitata il 7 ottobre 2006
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