La mostra parte da un’idea molto interessante, quella inerente le problematiche della riproduzione fotografica e la sua riduzione in qualcosa d’altro, con la relativa perdita di quella caratteristica di unicità, che Walter Benjamin, definì aura
Partendo da questo concetto, il curatore Di Pietrantonio ha invitato una serie di artisti di grande fama, che hanno rielaborato il tema in maniera molto diversa.
Strettamente legata alla linguistica è l’opera tipicamente concettuale di Joseph Kosuth: un vecchio lavoro del 1965 che si sviluppa con le stesse modalità del famoso One, three chair, dove all’immagine originale si affianca l’immagine riprodotta e la definizione tratta da un dizionario di un determinato oggetto.
Sicuramente pertinenti col tema della mostra le fotografie dei tedeschi Thomas Demand(che è solito giocare
I lavori storici di Pistoletto e Richter (presente con due realizzazioni) operano una riproduzione creata dello spettatore che si pone di fronte allo specchio, riflettendosi in esso.
Più discutibile la scelta di artisti come l’onnipresente Vanessa Beecroft (che ci ripropone per l’ennesima volta la performance di Venezia) e Paola Pivi, che
Giuseppe Gabellone ripresenta, come a Kassel, l’immagine di sculture senza senso da lui create, che – una volta fotografate – vengono regolarmente distrutte.
Katharina Fritsch , invece, s’interroga sull’idea di riproduzione non fotografica, ma eseguita attraverso il calco – in questo caso di una Madonna – indagando il rapporto originale/copia e aura/perdita di aura.
Tra gli altri artisti presenti: Gabriele Basilico, Armin Linke, Corrado Levi, Ettore Spalletti e Pietro Roccasalva.
Una mostra che presenta una varia selezione di opere, questa, ma che – pur affrontando una delle problematiche alla base dell’opera d’arte – sembra rinunciare al dialogo con gli artisti, sostituendovi totalmente l’impronta del curatore.
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sempre i soliti nomi...non ne possiamo più di vedere sempre le stesse opere, ma gli artisti stessi non si sentono usati come delle salviettine umidificate?