La mostra prosegue un discorso aperto l’anno scorso a Firenze con una retrospettiva completa su Nato Frascà (Da Frascà a Frascà 1959-2003, Galleria Santo Ficara), concentrandosi stavolta su un periodo specifico (1962-1967) della lunga attività dell’artista.
Sono gli anni dell’affermazione sulla scena romana, in forte dialettica con gruppi e tendenze variamente intrecciati ad ipotesi nazionali e internazionali. È necessario citare la Roma di quel decennio al fine di contestualizzare meglio certe scelte operative, ma anche per riflettere sull’accidentata fortuna dell’esperienza che Frascà (Roma, 1931) condivise con altri giovani compagni di strada (con Giuseppe Uncini e Nicola Carrino animò il Gruppo 1, via romana alle ricerche gestaltiche). Il contesto è determinante ad esempio per comprendere il film Kappa, realizzato nel 1965 e proiettato in pubblico nel 1967 (lo si può vedere in galleria).
Vi collaborarono Roberto Capanna e Alberto Grifi, che avrebbero aderito, di lì a poco, alla Cooperativa del Cinema Indipendente Italiano, una reazione vitalissima, e dai tratti fortemente originali, al New American Cinema. Momento magico, durante il quale la pellicola e lo schermo tollerarono le tensioni imposte loro da schiere di pittori insoddisfatti. Frascà montò immagini e suoni in un unicum fluido, nel quale la presenza più volte denunciata dell’autore (come memoria, teorie, mano) rende più scoperto il problema di linguaggio, il medesimo per il film e per i quadri. Non si trattò di un contatto rigeneratore ed effimero con un mezzo nuovo, dal momento che Frascà a quella data aveva già lavorato sul set de L’eclisse ed era un professionista del cinema “ufficiale”; sembra tuttavia possibile pensare a Kappa come a un’esternalizzazione di questioni che riguardavano in primo luogo la superficie pittorica. Il Gruppo 1 e in particolare Frascà, pur condividendo le prime ipotesi dell’arte cinetica, programmatica e visuale (quella che trionfò a San Marino nel 1963 e che venne allora raccolta sotto l’etichetta di neo-concretismo), tentava di risolvere il problema della percezione, ossia del rapporto tra le leggi degli organi di senso e tutto ciò che le direziona a livello psichico, in un quadrato e nel quadro, possibilmente per mezzo del colore. Con in mente Cézanne.
Così negli Strutturali il nodo centrale era individuato nel rapporto tra la cromia delle cose naturali e quella delle cose create dall’uomo, dall’origine e dai significati incerti. Ma l’ambiguità diveniva troppo forte, quel nucleo psichico individuale non si accontentava più dell’evocazione sulla tela dell’ineffabile istante che crea la percezione. Da qui forse l’esigenza di una terza dimensione e dell’archetipo, bisogno che porterà agli Strutturali Varianti e, all’inizio degli annu Settanta, alla forma del Rebis, tanto cara a Frascà. Il passaggio qui brevemente riassunto meriterebbe forse maggiore attenzione, ai fini di un’articolazione più ricca dell’arte -non solo italiana- di quel delicato momento.
francesca zanza
mostra visitata il 19 marzo 2005
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