La luce si infrange sui pori della pelle, avvolgendo i volumi del naso, delle labbra carnose, dei bulbi oculari. Isolati dal contesto reale -lo sfondo è annullato dal monocromo- i visi ieratici diventano erme. Per Valérie Belin (Boulogne-Billancourt 1964; vive a Parigi) questa alla galleria Brancolinigrimaldi è la prima mostra italiana, malgrado all’estero abbia esposto in musei importanti.
Le fotografie -stampate in grande formato- non seguono un ordine cronologico; anche la scelta tematica è apparentemente disorientante. Vetri associati a casseforti, volti femminili ad un motore sradicato dal suo habitat come un organo umano espiantato, specchi e pacchetti di patatine: una sintesi del lavoro che la fotografa francese va realizzando dal 1992. Le sue prime fotografie risalgono, in realtà, al 1985, ai tempi dell’Accademia di Belle Arti di Bourges, dove studia fotografia per frequentare, successivamente, il master in Filosofia dell’Arte alla Sorbona.
Il link c’è -eccome- tra tutte queste immagini, perché Belin parte dagli oggetti per arrivare ai corpi. “Gli oggetti sono per me una metafora del corpo umano”, spiega. “Non mi interessano solo per quello che sono, ma anche per ciò che rappresentano. Lo specchio, ad esempio, è legato a qualcosa di narcisistico: ma nei miei specchi manca la presenza umana, sottolineata proprio dalla sua assenza.” Anche la luce ha la sua pregnanza, riflessa e frammentata, diretta -talvolta perfino abbagliante- in queste immagini, belle ma attraversate da un filo di inquietudine: l’incertezza di qualcosa di non definito.
Step by step, il suo lavoro –che parte proprio dalle serie Vetri (1992) e Specchi Veneziani (1994)- si orienta sempre più verso il corpo umano. “Sono stata molto influenzata dal barocco, in particolare dal movimento e dalla frenesia delle sculture di Bernini.”.
Attratta dal concetto di metamorfosi, l’autrice insegue la materia che si trasforma nelle carcasse delle automobili incidentate con le lamiere contorte come corpi, come pure nei finestrini ridotti a ragnatele di vetro; nelle grinze della pelle di un volto, nella texture irregolare di un pacchetto di patatine, nelle vene plastiche di corpi eccessivi. Altre fonti di ispirazione sono il minimalismo americano, cui rende omaggio con le due Casseforti (2005), esposte nella prima sala della galleria -le uniche immagini dedicate a questo tema, “ricordano nella forma squadrata i corpi delle macchine fotografiche d’altri tempi”- e alla Pop Art, depurata da qualsivoglia carica dissacrante o provocatoria, in Chips (2004).
Fin qui l’artista usa esclusivamente il bianco e nero (immagini molto contrastate, prive di passaggi chiaroscurali), scattando con una vecchia macchina fotografica -non usa il digitale- che, grazie al grande formato dei negativi su lastra, le permette di soffermarsi sui dettagli con un effetto particolarmente realistico, quasi tridimensionale. Solo recentemente ha adottato anche la pellicola a colori, nella serie Black Women (2006). Una ricerca durata sette mesi nella metropolitana di Parigi. “Non sono modelle,”, spiega Valérie Belin- “ma ragazze ‘comuni’ truccate così come appaiono nelle fotografie, stessa acconciatura, stessi abiti, stesso trucco. ”.
La saturazione esasperata dei cromatismi, i colori quasi dissonanti -comunque piacevoli: il magenta, l’azzurro, il viola degli indumenti che sprizzano in contrasto al nero della pelle- rendono le immagini quasi virtuali, proprio come le foto delle modelle sulle pagine patinate delle riviste. “In questa fase il contrasto non è più il limite tra qualcosa di vitale e di inanimato, ma tra un corpo reale e uno virtuale, tra realtà e artificio. ”
Si passa dagli oggetti senza identità ai volti senza identità, quasi irreali. Progetti futuri? “Cesti di frutta”.
manuela de leonardis
mostra visitata l’8 marzo 2007
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