Un paio d’anni fa, in occasione della mostra Prima neve presso la Galleria Curti/Gambuzzi di Milano, Enzo Cucchi ideò un catalogo composto di cinquecento pagine bianche, dove 21 immagini delle opere esposte emergevano sporadiche, come visioni improvvise nel candore generale. Si vede che il bianco e la sorpresa si addicono all’artista, il quale per l’occasione di Villa Medici ha potuto disporre a suo piacimento dell’Atelier del Bosco, un tempo appartato studio di Balthus –che dell’Accademia di Francia fu a lungo direttore– e ora white cube d’eccezione.
Per molti versi, l’operazione qui realizzata da Cucchi si presenta assai simile al libro di cui si diceva, incentrata com’è su disegni appuntati ad assi oscillanti: aeree, sorprendenti apparizioni nel bianco che compongono una foresta di segni e visioni tipiche dell’immaginario narrativo dell’artista marchigiano (è nato nel 1949 in provincia di Ancona, dove spesso ritorna anche dopo il trasferimento a Roma), forse il più letterario e poetico nel gruppo storico dei transavanguardisti, che per la prima volta nella sua celebrata carriera presenta un complesso di disegni, come a svelare il retrobottega della propria immaginazione. A questo nucleo espositivo centrale, si accompagnano un’ambigua installazione posta all’ingresso della sala (un tunnel di legno verniciato di bianco con un’immagine enigmatica all’interno, la cui suggestione è del tutto neutralizzata dal cagnesco cartello di “proibita l’entrata” appeso accanto, produttivo di un curioso cortocircuito mentale con il titolo della mostra) e due tele di grandi dimensioni disposte sulle pareti laterali dell’atelier, giocate sullo stridere dei toni di rosso, nero e giallo.
Da tempo l’artista persegue una sorta di recupero dell’ele
Per la verità, la somma dei lavori in mostra pare più l’opera di un cacciatore di stelle che di un assennato navigante: su fogli di piccoli dimensioni, come appunti sparsi, s’inseguono animali e corpi umani, spesso sofferenti ma mai drammatici, con una particolare ricorrenza di teschi che, lungi dal risultare lugubri, richiamano piuttosto l’allegria apotropaica del folklore messicano. Divertita dall’insieme, la mente cerca comunque un appiglio per ordinare in qualche modo il caotico carnevale allestito dall’artista, e ritorna per questo all’esordio dell’intervista già citata, dove, tra il misterioso e il categorico, si sosteneva che “il disegno, quando è disegno, è la pozza dove casca l’asino”. Bene, proprio al fondo della sala, nella fila appesa più in alto, c’è lo schizzo di un piccolo asino adagiato al centro di una pozza: azzardiamo si stia riposando dopo essere cascato durante l’inseguimento di qualche coda cosmica. E ce ne usciamo infine soddisfatti.
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