Con Lancelot il Magazzino d’Arte Moderna mostra un concentrato della rigogliosa attività di Jan Fabre: piccoli gioielli attraverso cui ricostruire lo sfaccettato percorso creativo dell’artista fiammingo.
Artista visivo, performer, scultore, regista teatrale, coreografo, Fabre concede ad ogni sua creazione il linguaggio espressivo adatto. Creando, per dirla con Germano Celant, “un edificio complesso e intricato, eretto sull’incastro misterioso ed affascinante di un percorso tra razionale e irrazionale, in cui la speranza e l’angoscia, l’incubo e la follia, il piacere e la gioia si mescolano per far emergere le immagini”.
Il costante tentativo di collegare il campo scientifico con quello artistico, definito da Fabre stesso, “la grande avventura della mente”, si traduce nei temi centrali del suo operare artistico: la metamorfosi, il mito della trasformazione -e della rigenerazione- inerente al mondo della natura e alla condizione umana. I momenti di passaggio (tra il visibile e l’invisibile, il giorno e la notte, la vita e la morte) sono lo sfondo concettuale di ogni sua indagine artistica.
In mostra il video Lancelot (2004), una serie di disegni (Je suis sang, 2001) e due sculture (I messaggeri decapitati della morte e I cervelli di mia madre e di mio padre, entrambe del 2006).
Je suis sang è una successione di disegni realizzati con matita e sangue su carta; il messaggio si manifesta attraverso il materiale usato, concretizzandosi dall’intimità generativa originaria: “le sang, notre drogue, c’est le sang”. Sebbene i disegni e la pellicola Lancelot siano creativamente due momenti separati, è impossibile non trovare una continuità: saranno le invasioni sonore, ma soprattutto l’angosciante rivelazione della fragilità della natura umana, viscerale nei disegni, estenuante nella ripetizione delle azioni del video. Una tensione emotiva delicata e allo stesso tempo pungente emerge da entrambe le sculture.
Quattro gufi, I messaggeri decapitati della morte, sono adagiati su una base vestita di lino e pizzo: lo sguardo è vitreo, immobile, ma spaventosamente umano. I cervelli di mia madre e di mio padre è un omaggio di Fabre ai genitori; due cervelli riprodotti perfettamente e realisticamente in gomma di silicone. “Credo nel corpo, la cui parte più sensuale per me è il cervello, perché credo nell’essere umano”, spiega l’artista.
Emerge, come sempre nelle opere di Fabre, quella sensibilità profondamente umana che permette al guerriero della bellezza, come ama definirsi, di oltrepassare il medium ed esprimersi nella sua essenza.
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schifezza senza contenimento:
delusione installativa banalita' ridondanti.
che delusione troppa delusione