Il fumetto e l’artigianato –di più: la matita e l’objet trouvé– come antidoto alle sindromi di Pantagruele. Avvicinarsi il più possibile all’opera d’arte anziché rimirare distanze troppo spesso prefabbricate. E infine: chiedersi se un’arte degli interventi minimi debba disertare proprio le minime proporzioni per non scoprirsi, oltre che poco ingombrante, addirittura piccola. Non un traît d’union da poco, questo, per una doppia personale che non vuole essere l’ennesima personale doppia. Quanto al resto, come tra coinquilini, ciascuno se ne stia al proprio posto: ai minuziosi lavori su carta di Figgis è toccata la vasta sala che occupa quasi per intero lo spazio espositivo, mentre alla non-installazione di Schäfer –una selva di manufatti che sembra prendersi gioco dell’ideologia stessa del site-specific– si è preferito riservare, a mo’ di retrobottega delle meraviglie, l’area solitamente utilizzata per le proiezioni video.
Laurence Figgis (Hammersmith, 1977; vive a Glasgow) riflette sul concetto stesso di narrazione e, soprattutto, sulla sua sopravvivenza. E lo fa senza intellettualismi, sfoderando una vena gore fanciullesca, servendosi in chiave metalinguistica della serrata impaginazione formale del fumetto. A comparire, infatti, così come lo vagheggiava Alfred Hitchcock, ecco The great McGuffin, personificazione di quell’espediente illogico (un plot device incongruo) che si rivela indispensabile proprio nell’ideazione di ogni sorta di intreccio narrativo.
Così, tra le metope di uno storyboard senza capo né coda, per la serie A volte ritornano, ad essere servito bell’e pronto è un supereroe che di mestiere fa l’accenditrame, “squisito” come fosse il “cadavere” invocato dai surrealisti (occhio ai titoli: valga per tutti Love in the time of a culinary genocide), letteralmente catapultato –proprio lui, che di solito si fa desiderare– tra i frame di uno sketchbook in cui riannodare orizzonti di senso equivale a scompigliare resoconti.
Anche il lavoro di Gitte Schäfer (Stoccarda, 1972; vive a Berlino), colta rilettura (Gemmen) del concetto/pratica di trouvaille e della nozione stessa di allestimento, ha a che fare con una strategia della proliferazione. Un piccolo fondaco in attesa di trasloco, nel quale un artigianato indifferentemente rustico o modernista viene messo alle strette (letteralmente, anche) tra un’aura da ready-made e un’allure da parco attrezzi per interior designer. Si va dai candelabri impilati a forza che delineano buffi missili da living room, fino agli olî su tela che riproducono cartoline dozzinali come fossero ricordi vivi. Semplici preziosità da ripostiglio aristo-freak? Tutt’altro: il risultato è un bric-à-brac di nuova concezione che, a guisa di fotoritocco, offre del lacerto (non più/non ancora) sentimentale una scansione irriducibile e insieme alterata. E che oltretutto, nel riferire con una certa ironia dell’oggetto situato & non instaurato, pare alludere ai paradossi di un’estetica che si dichiara portatile anche quando affetta da gigantismo.
pericle guaglianone
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