Stavolta alza il tiro, David Fagioli (Roma 1968, vive a Bruxelles). Accoglie, nel buio luccicante della romana notte bianca, nascondendo –chissà dove– il giallo davvero metropolitano di un faro rotante che, petulante, insieme allarma e avvolge. Ci si fa incontro, all’ingresso in galleria, col pendio di una rampa disposta frontalmente – di quelle cui ci ha abituati un paesaggio urbano fatto di improvvisi saliscendi, di dislivelli più o meno lievi (più o meno civici) – come a suggerire che la città –quella vera, non quella reale– se ne sta là dentro, tra quattro mura. Infine, digrignando i denti (ovvero lo sguardo), ci scruta attraverso la forza scultorea di un personaggio solenne eppure grifagno, divaricato più che metamorfico (per metà littorio e per metà memore della vertigine manierista, certo molto italiano), issato nel bel mezzo dello spazio espositivo –solo in apparenza come la più retorica delle statuine risorgimentali.
Le rampe si scoprono essere ben quattro, ed è piuttosto facile –obbligati come siamo a circondarle, anziché a percorrerle – riconoscervi i bracci di una grossa, taciturna croce, disposta a terra come a delineare l’ambiguità tutta concettuale di un insolito marciapiedi. Così, ad essere architettato è un itinerario vero e proprio, teso e centralizzato ma ondeggiante di inquietudine, lungo il quale stanno in agguato tre grandi primi piani a parete che incombono rassicuranti, col loro fiero segreto, come al cinema. O, per meglio dire, come su colossali schermi televisivi: quasi momenti di una smisurata ri-presa che mentre avvicina di fatto isola, deforma, mistifica. In questo caso tacendo (accerchiando) proprio la manifesta ambiguità della creatura appollaiata esattamente qui, al crocevia, davanti ai nostri occhi di testimoni.
David Fagioli prova a parlarci, insomma, ma all’insaputa di molti (da uninvited guest nella festa di tutti), proprio della piazza. Della piazza, però, così come è tornata a presentarsi oggi: nuovamente irta, cioè di storia, simboli, tensioni; minacciata, una volta di più, dalla brutalità di un destino irrimediabilmente monumentale. E lo fa rigorosamente, attraverso pochi, semplici colpi; provando, in una colta e avvelenata riflessione, a mettere “il dito nella piaga” (che è quanto suggerisce il titolo del testo che accompagna l’intervento, scritto da Lorenzo Canova). Fino ad invocare –ancorché Senza (alcun) Titolo, come da lui stesso apertamente dichiarato– la figura di San Tommaso mentre sgrana gli occhi.
pericle guaglianone
mostra visitata il 18 settembre 2004
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guavda questa installazione, è tutt'altro che pleonastica e malconcia direi...degna quasi dello scisma di levefre, lo dice anche mammà...
Bene David, bravo e intelligente come sempre