E’ difficile pensare ad un’opera di Gilbert & George (Gilbert Proesch, San Martino, Bolzano 1943 e George Passmore, Totnes 1942) senza immaginarla a colori. Merito di un’imagerie organizzata per partizioni acide, con quei lacerti di vetrata gotica –si direbbe– attraversati dal neon, violento e insieme immateriale, di un sole prefabbricato. Qui, invece, si tratta di spegnere la luce. E di farsi incontro ad un’opera nientemeno che a carboncino, strutturata in tante unità standard fatte di singoli fogli, invecchiati ad arte con acqua e fuoco, assemblati col nastro adesivo e intelati; un multiplo composto da 23 pezzi di grande formato, alti tutti poco meno di tre metri. La sorpresa è che, a più di trent’anni di distanza, è ancora divertente guardarla come si guarda un disegno. Perché The General Jungle or Carrying on Sculpting, presentato per la prima volta nel ’71 da Ileana Sonnabend a New York, è un lavoro che appare insofferente di qualsivoglia descrizione incentrata sulle ragioni del medium. Al punto che la capziosa definizione proposta dai due, “scultura a carboncino su carta”, appare la migliore, proprio perché, ancora adesso, riluce di sarcasmo.
Che ci fanno, allora, due gentlemen vestiti di tutto punto, immersi in una natura cittadina, addomesticata, che diventa viceversa lussureggiante proprio nella trasposizione on paper di una serie di gelide diapositive? Semplice: parlano. Anzi, pensano.
E in questa sorta di epopea minima che li ritrae, dall’alba al tramonto, a spasso in un parco londinese, lo fanno in basso, a chiare lettere, in quei sottotitoli-statement (“The People Are All Living Near the Beauty, Passing By” ), sovente a carattere
metalinguistico (“Is Not Art the Only Hope for the Making World to Enjoy the Sophistication of Decadent Living Expression?”), che appaiono di una densità concettuale fulminante anche quando raccontano di cose leggiadre (“The Cold Morning Light Filters Dustily through the Window”; “And the Night Presumes upon the Evening”).
Insomma, niente appare conceptual quanto una lunga passeggiata (“Walking Is the Eternity of Our Living Movement, It Can Never Tell Us of an End”). Questo è quel che sembrano sussurrare i due –beffardi e concentratissimi– mentre fanno capolino tra le fronde, parafrasando quel Nietzsche che suggeriva di non fidarsi dei pensieri che vengono in poltrona. E la provocazione-manifesto, c’è da ammetterlo, funziona tuttora: ecco una giornata qualsiasi, passata tra gli alberi sotto casa, illustrata con una verve che sta tra la tappezzeria fiamminga e la fiction televisiva, che diventa una giornata di quelle epoch-making nella vita di un artista (“We Step into the Responsability Suits of Our Art”). Sconfinata e insieme, finalmente, portatile; da inventariare (nelle intenzioni una Magna Charta dei pensieri, addirittura) come nei date paintings di On Kawara, ma anche da ripiegare come una volgare carta geografica. Sta tutto qui, a pensarci, nel loro sorriso da turisti per finta, lo scarto democratico ma tutt’altro che pop della tanto invocata Art for all.
pericle guaglianone
mostra visitata il 16 marzo 2005
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