Otto giovani donne, otto scatti in cui l’artista (Letizia Bellavoine, Parigi 1974; vive a Roma) si mette ad intimare “adesso guardami” ad altrettante sconosciute. Una parvenza di posa e via, giusto il tempo perché una serie di incontri tanto fulminei quanto ravvicinati possa dare luogo, all’opposto, ad una sequenza di rigorose foto-tessera. Sì, perché Charlotte, Carmela, Ritzko e Natasha, nei panni dell’amica di sempre, hanno tutta l’aria di aver avuto (e di avere, ancora) molto da fare e, soprattutto, poco (pochissimo) tempo per farlo; tutta l’aria di voler rispondere ogni volta “eccomi”, con un fare intimato come di confessione, attraverso un atteggiamento cordiale proprio perché sbrigativo.
Inquadrare un contesto geopolitico di riferimento (occidentale? forse; globale? certamente) sarebbe fuorviante. Più interessante ricondurre il tutto ad una dimensione di bohème urbana in quanto tale soltanto presunta, ad una realtà che inebriante si dichiara –si vorrebbe– soltanto. Il make up volgare, la fierezza dei volti (“eccomi, sto bene”), le vesti dozzinali eppure sgargianti, gli appartamenti-camerino con i loro andirivieni anonimi benché spettinati, persino i letti sfatti che sono tali perché –semplicemente– non c’è stato il tempo di rifarli: tutto quanto riferisce dell’autenticità di stenti tutt’altro che in posa; tutto quanto testimonia di vite vissute senza un attimo di tregua ma non fino in fondo; tutto quanto di esistenze che, a ben guardare, abitano il ventre delle metropoli più convulse come si deve e non come si può.
La stessa scelta di un refrain cromatico che si ritrova ovunque (il rosso a braccetto col verde, con annessa citazione della Marcella di Ernst Ludwig Kirchner, la prima fanciulla acida della storia dell’arte), benché si tratti del più espressionista –del più indolenzito– degli accostamenti possibili, nella sua presenza reiterata più che ad implicazioni del genere “estetica relazionale” fa pensare ad una lucida intentio da reportage. Insomma, un casting vero e proprio che, lontano anni luce dal “devil’s playground” ebbro di sensibilità e di morte cantato da Nan Goldin, finisce per delineare con apprezzabile nitore il profilo di un’umanità semplice e agguerrita.
pericle guaglianone
mostra visitata il 15 novembre 2005
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