La calura estiva non concede tregua, nemmeno nel cortile ombreggiato a pochi metri dalla caotica via Ostiense. La facciata del Linux Club è scenario di una fiaba metropolitana – o, forse, leggenda– in una Roma che non ti aspetti, unica e diversa dalle altre città del mondo. La cornice non ha nulla del gigantismo shockante e fuori scala del colosso urbanistico; al contrario, è un angolo appartato con muri calcinati, arbusti spontanei, piazzale sterrato e polveroso. Il degrado, qui, ha una storia, che lo distingue dalla memoria corta di un Occidente sempre più preda della velocità. E’, piuttosto, decadenza, che lascia dietro di sé un retrogusto dolce-amaro di piacere e struggimento. I “sette re di Roma”, così li celebra la kermesse organizzata da Bluecheese Factory nell’ambito della Roma Hip-Hop Parade, per incoronare i protagonisti del writing romano anni ’90. Degno tributo a una generazione che, arretrata rispetto all’avanguardia internazionale, ha sentito il bisogno di accorciare le distanze. Accadeva per Romantici e Futuristi e, in fondo, la voglia di sconfinare dal proprio entourage provinciale per confrontarsi con il mondo non è cambiata. Verrebbe da chiedersi che senso abbia il writing a Roma, città eterna in cui le vestigia monumentali superano e camuffano gli orrori dei palazzinari, spuntati selvaggiamente nei quartieri periferici. Forse, la risposta è proprio nella scoperta di un’altra Roma, meno patinata e nascosta tra le banchine maleodoranti del Tevere, nelle stazioni abbandonate, o nei tanti non-luoghi che, pure, popolano il suo territorio così ricco di miti e suggestioni.
La Roma neorealista, forse, del Mandrione e di Testaccio: “Stupenda e misera città, che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre, come andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo senza tremare, non vergognarsi di guardare il denaro contato con pigre dita dal fattorino che suda contro le facciate in corsa in un colore eterno d’estate” (Pier Paolo Pasolini, Le Ceneri di Gramsci).
Con i colleghi americani, cresciuti nei ghetti del Bronx o di South Central, i romani condividono lo stesso istinto alla sopravvivenza nell’habitat artificiale che ha rimpiazzato definitivamente la natura. Un ambiente ostile, dove gli adolescenti stentano sempre più a riconoscersi in codici e valori dettati dagli adulti. Pertanto, rivendicare la propria dimensione esistenziale implica ri-semantizzarla in chiave autonoma e liberamente creativa. Non a caso, il pezzo di Jon (ZTK) si accompagna allo slogan “comunicazione-rivoluzione”: in un paesaggio mediatico come quello attuale la guerriglia è, necessariamente, semiologica.
Dunque, l’identità onomastica è reinventata nella tag, decifrabile solo dagli iniziati; la lettera è strumento arbitrario di significazione e decoro urbano, dilagando come una fioritura variopinta e lussureggiante sulla superficie urbana (Stand-TRV); come texture ramificata –apparato circolatorio di un nuovo organismo sociale– che pompa linfa vitale (Kemh-23Rec); o iconografia “stile fumetto” che rispolvera un immaginario familiare, contrario all’estetica ufficiale, anonima e straniante.
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