Sarà quella caratteristica ed essenziale necessità di catturare i momenti vissuti e la capacità di trasmettere i sentimenti di colui che le ha create, a rendere le opere di Nazzareno Miconi poetiche e nello stesso tempo autentiche.
Con India e dintorni il pittore ha voluto raccogliere una serie di lavori realizzati tra il 1991 e il 2005. Un’occasione davvero unica dove riaffiorano e, per la prima volta, s’incontrano, il passato ed il presente di Nazzareno, nato e vissuto in una modesta casa nel quartiere di Villanova, nel cuore di Cagliari. Proprio in quella casa, sul pavimento del terrazzo, all’età di sei anni, l’artista cominciò a disegnare con i carboncini che raccoglieva da terra, senza capire la necessità di compiere quei gesti o di creare forme, con la consapevolezza che sarebbero presto scomparse con la caduta delle prime piogge. I lunghi viaggi di studio tennero l’artista lontano dalla Sardegna per diversi anni, ma non cancellarono le sue origini che a distanza di tempo i lavori conservano, nonostante la presenza di contaminazioni artistiche indelebili come quelle di matrice costruttivista.
Le prime opere sono state concepite dopo il viaggio in India del 1989. I dipinti nascono solo qualche tempo dopo ma sprigionano, come se l’avessero assorbita in quel momento, tutta l’energia del tragico vissuto. In Gange, l’acqua del fiume scorre trasportando i corpi dei cadaveri cremati, l’oro è lo spirito, il rosso la carne. Una ferita passa attraverso, è un segno di movimento che spezza l’immobilità apparente della superficie dipinta di nero. E’ ancora rosso in Calcutta, stavolta più presente, quasi con ossessività: è il terrore provato vedendo la processione dei lebbrosi bendati da una fascia rossa. Simile a questo il colore allucinato delle pareti del Caffè Madras a New Dehli, un rosso più acceso, opprimente, spezzato dal nero di una porta, contrasto impresso nella memoria dell’artista. Infine, il rosso della cuspide geometricamente perfetta, simbolo della potenza maschile, omaggio al Costruttivismo russo.
Nei due lavori dedicati alla donna, uno rappresenta i colori dell’indumento femminile indiano, l’altro è la costruzione, la sintesi della forma e del colore ma anche della dinamicità della fertilità femminea. La contemplazione per la raffinatezza formale e la perfezione tecnica, sintetizzata in una sola opera presente in mostra, lascia spazio nuovamente allo sconvolgimento emotivo di fronte al quale l’anima del pittore non poteva restare inerte.
Quello che ha sempre colpito delle opere di Nazzareno Miconi è l’effetto tattile. Sono rugose, spigolose, quasi granitiche le superfici dipinte che compongono il trittico successivo al cataclisma tailandese. Opere nate per essere toccate. Non è il rosso, il nero e l’oro dei dipinti indiani, ma il bianco dei sudari che avvolgono la carne martoriata, il viola della liturgia, il rosa dei corpi vittime della sciagura.
erica olmetto
mostra vista il 26 gennaio 2005
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