“Un concerto non è solo un’esperienza uditiva, è anche visiva. Ed è qui, in questo spazio della memoria invisibile, che la fotografia arricchisce e completa la nostra percezione: si fa testimonianza ma soprattutto interpretazione. Un valore aggiunto: come se fosse uno strumento che entra in una jam session, un’improvvisazione su una partitura libera”.
Dopo “Deserti di colore”, suggestivo reportage in Eritrea, per Daniela Zedda è la volta di Session, 70 immagini rigorosamente in bianco e nero documentano vent’anni di rassegne jazz nell’isola, da “Jazz in Sardegna” al “Time Jazz” di Berchidda ideato da Paolo Fresu. L’interesse della fotogiornalista è da
Daniela Zedda riesce a fissare momenti irripetibili ma soprattutto ad evidenziare il rapporto che si viene a creare tra l’artista e il suo strumento. Talvolta improvvisi tagli di luce spezzano atmosfere fortemente espressionistiche lasciando trasparire la tensione emotiva del momento e delineando i tratti della personalità dell’artista che incontra il suo obiettivo. I reportage decontestualizzati dal loro fine giornalistico, pur essendo documenti d’importanza storica, divengono pura espressione artistica. In un connubio tra immagine e musica, come scritto da Sergio Naitza nel testo che accompagna il catalogo, Session “…È l’incontro magico tra fotografo e musicista, in una osmosi suggestiva: l’immagine che si fa musica e viceversa”.
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