Silvia Argiolas (Cagliari, 1977) prosegue la sua indagine, attraverso il linguaggio manga, nel mondo di un’infanzia ingiustamente lacerata. La personale, curata da Roberta Vanali, si compone di due installazioni, che inaugurano e concludono il cammino di una bambola, e di dieci opere a olio di medie e piccole dimensioni.
La storia di X648 inizia come quella di tante altre bambole. Bambole dai ventri squarciati, dalle bocche cucite, dagli arti smembrati. Affiorano ricordi di macabri giochi d’infanzia, di corpi di plastica aperti, forse solo per vedere cosa c’è dentro. Stelle private del loro fulgore, principesse senza sorriso. Piegate, distrutte, intrappolate nel dolore. Il viaggio della bambola-bambina prosegue tramite le diverse apparizioni dei nemici, la sua lotta contro i mostri, simbolo di un’umanità degenerata e brutalmente perversa. In una tridimensionalità quasi perfetta appare il corpo ferito di X648, che si muove in uno spazio indefinito e angosciante, dapprima ignaro, poi atrocemente stupefatto.
Ne Il giorno del suo compleanno si affaccia sulla tela un viso ancora curioso, ma sbeffeggiato da una corona penzolante. Regina spodestata con la pelle sfregiata e ricucita, bambola zombie. Si legge invece il terrore negli occhi e nei capelli ritti sulla testa in X648 incontra il suo mostro, presentimento di una tragedia imminente. Infine il trittico che decreta la solitudine della bambola di fronte a orribili e verdi creature dal becco aguzzo, presagi di morte.
La personale si chiude con una seconda installazione, composta da una infinità di cartoncini tenuti fermi da chiodi arrugginiti. In una moltitudine di ex-voto, tra candele e scarpine smesse, spuntano occhi senza lacrime né espressione, petti trafitti da stelle, sguardi attoniti. Galleggiano in un mare di sangue e di urlati silenzi i corpi abbandonati, le menti violate, le speranze troncate. Tra sacro e profano, come in un rito woodoo i chiodi che trafiggono le mille bambole-bambine purificano X648, la ergono al livello di eletta, ultima icona del candore perduto. È lei a sovrastarle tutte, lei per prima a subire il processo espiatorio.
Silvia Argiolas, come una madre amorevole ma passionale, riesce a dare a bambole stereotipate un’espressione interiore di umano dolore e crudele sentire, fino alla loro completa redenzione.
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Bella recensione. Mette in evidenza con quale delicatezza Silvia Argiolas affronta un tema del tutto femminile e difficile perchè doloroso nonchè ignorato dalla opinione pubblica.