Se con l’avvento delle avanguardie l’idea dell’opera d’arte confinata nei musei veniva rigorosamente rifiutata, l’epoca postmoderna, caratterizzata dal continuo porsi in discussione, dal superamento dei confini estetici e dalla loro contaminazione, appare ampiamente favorevole al confronto e all’interazione con l’antico patrimonio culturale. A questo proposito un’operazione come Gemine Muse, il cui obiettivo di porre in relazione passato e presente, attraverso la selezione di un’opera tra i capolavori museali da tradurre e interpretare in chiave moderna, si rivela particolarmente riuscita. Giunta al quarto anno di programmazione l’iniziativa, che coinvolge 108 giovani artisti, 37 città europee, di cui 28 italiane, e 45 critici coordinati da Giacinto di Pietrantonio, allarga la partecipazione anche alla città di Cagliari che da quest’anno entra a far parte ufficialmente del circuito grazie all’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Fondazione Bartoli-Felter e l’apporto critico di Alessandra Menesini.
Tra i reperti del Museo Archeologico sono state individuate le opere che Simone Dulcis e Monica Lugas hanno sezionato, sviscerandone l’essenza, prendendo le mosse da un linguaggio di matrice arcaica -segnico nel primo e plastico nel secondo- per confluire nella realizzazione di un’opera site specific, destinata a svelare il patrimonio isolano attraverso un linguaggio contemporaneo, tra tradizione ed innovazione.
Alla rappresentazione litica del dio Bes, divinità deforme e grottesca di origine egiziana, s’ispira Simone Dulcis per il totem Di Mare, di Terra e di Abisso.
Protagonista dell’opera è l’idoletto -costituito da cinque elementi compositivi quali ovale, incrocio, tronco, seme e segno eretto- che racchiude la sintesi dell’alfabeto segnico dell’artista, fusione delle culture arcaiche, unità che simboleggia l’aggregazione della società tribale e che s’identifica nell’essenzialità formale del dio Bes, senza escludere l’influenza delle dee madri presenti nella stessa sala. Dipinti con linguaggio gestuale su tavolette assemblate a costituire un totem che imponente s’innalza dal suolo, si susseguono senza soluzione di continuità i piccoli idoli a formare una catena. Un limite invalicabile che nell’immaginario dell’artista rappresenta il mare, emblema della “sardità” diffusa e limitante per una riflessione polemica in opposizione all’atteggiamento di estrema chiusura che continua a caratterizzare la cultura isolana e che culmina con l’inesorabile e drammatica caduta nell’abisso dell’ultimo impavido.
Si misura con un bronzetto nuragico, nello specifico con una lampada bilicnea a forma di navicella con protome bovina (VII sec. a. C.), rinvenuta a Mandas, Monica Lugas per la realizzazione della sua canoa in vetroresina nera. Di dimensioni naturali, rivolta con la prua verso il bronzetto, la scultura intitolata Navicella poggia per terra riversa su un lato come appena lasciata sulla riva dai navigatori.
Dall’interno del vano dello scafo fuoriesce una luce rossa, richiamo al passato che vorrebbe incarnare il calore avvolgente di un‘epoca antica, tanto radicata nell’immaginario collettivo quanto ancora occulta e della quale tutt’oggi si continuano a formulare innumerevoli ipotesi. Quello di Lugas è un viaggio nella memoria, nel racconto e nella parola tramandata. Un viaggio intrapreso dal principio della sua ricerca e che ripropone in una commistione di pigmenti, resine e il bagliore dell’antica fiamma “simbolo di luce, di splendore e della chiarezza e perennità del foedus”.
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