Osservando le immagini degli spazi deserti e disabitati di Valentina m non ci si sente mai soli. La ricerca sull’identità della giovane artista sarda, cagliaritana di nascita e belga di adozione, è un’attraente narrazione attraverso gli spazi e gli ambienti, che assurgono a dimensione transizionale.
L’incipit è Backstage. Nel mirino i nonluoghi, così come li definisce l’antropologo Marc Augè. Un nonluogo è “quello spazio in cui colui che lo attraversa non può leggere nulla né della sua identità, né dei suoi rapporti con gli altri.” Scale, corridoi, una stazione metropolitana: luoghi di passaggio, senza memoria, storia, relazioni. Luoghi senza identità. L’assaggio estetico che da subito si sperimenta riferisce di esperto e introspettivo uso della luce. Gli ambienti originano e si stagliano dal nero e, attraversando monocromatismi -la stazione metropolitana arancione, le scale verdi, il corridoio grigio- declinati in tutte le sfumature possibili, arrivano sempre al bianco. Ci sono quindi tutti gli aspetti: il vuoto inconoscibile dell’oscurità, la contraddittoria e sfumata realtà, la luminosa coscienza della sua esistenza. Il percorso di Valentina m prosegue con il trittico Parcour. È uno stadio di transizione: dai nonluoghi agli interni, ma ancora non si respira l’atmosfera progressivamente più intima e privata di Anticamere prima e di Distorsioni poi. In Anticamere infatti l’occhio fotografico guarda a quei luoghi dove solo attraverso le porte a vetri o grazie all’effetto di uno specchio, si arriva a vedere -e quindi conoscere- gli spazi abitati (un salotto o un ristorante). Le tre light boxes della serie Distorsioni affondano nel privato e ci proiettano in un interno. Ma l’attenzione tuttavia è verso l’esterno, al di fuori della finestra. Quasi a significare che quanto più si approfondisce il punto di vista interiore, tanto più la realtà gode di una fragilissima oggettività e anzi si presta a giochi percettivi soggettivi. Cosa c’è fuori dalla finestra? Le foglie d’autunno o un aereo in volo? O forse dei vetri di bottiglia in frantumi e il profilo di un uomo col cappello?
Geograficamente ripresi tra Milano, Berlino, Bruxelles e Budoni (piccolo centro in provincia di Nuoro) l’artista sarda assembla gli scatti fino a scandire una grammatica visiva dove il mezzo fotografico scompare a vantaggio di un messaggio dal forte connotato evocativo. Alla fine del percorso, nel breve video Looking for, immerso nel pieno contrasto di rosso e nero, Valentina m emerge dall’oscurità e si confida. La sua voce è distorta e recita una poesia, che la modalità loop -a disposizione dei visitatori– rinforza nell’effetto quasi ipnotico. Svela così, sommessamente, l’approdo della sua attuale ricerca: Mi osservo, ti guardo… Ovvero l’identità si concepisce in una relazione. La consapevolezza di sé, essere unico, complesso, ricco e irripetibile, è possibile solo con un tu col quale identificarsi, distinguersi, conoscersi. Raffronto tra il sé e l’altro, tra il sofferto e il condiviso, tra microcosmo e macrocosmo, in quanto essenza stessa dell’identità come direbbe la curatrice.
francesca bianchi
mostra visitata il 5 marzo 2006
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