Superate le sale della pittura concreta, che costituiscono l’anima di questo museo, s’intravede in fondo il volto di una bambina: rassicurante, riconoscibile. E’ la piccola Gavina, figlia dell’artista Giovanni Ciusa Romagna, colta nelle sue espressioni di gioco, di sorpresa, di sonno. Nasino all’insù, occhi vivi, guance rosse di salute. Piccoli ritratti ad olio, veloci disegni a matita del papà e artista Giovanni, incuriosito e affascinato dai movimenti di quella giovane vita, l’unica dei suoi figli disposta a rimanere in posa e a compiacersi di quel ruolo da protagonista. Una scelta insolita per Calasetta, ed insolita per un museo che nasce con l’obiettivo di raccontare gli ultimi vent’anni di produzione astratta, tanto che la piccola Gavina appare come un elemento alieno tra le indigene geometrie, op. art e informale da parete. Un fuori programma, uno sguardo verso uno dei protagonisti del primo Novecento.
Ciusa Romagna nasce nel 1907, anno glorioso per l’arte sarda e per la famiglia Ciusa, che festeggia la vittoria alla Biennale di Venezia dello zio Francesco. Lo zio fu evidentemente il primo riferimento per il giovane che, appena quattordicenne, viene riconosciuto come talento, e considerato degno di partecipare alla Mostra d’Arte Sarda di Cagliari, assieme ai già famosi Antonio Ballero, Filippo Figari, Carmelo Floris e Francesco Ciusa.
Entusiasma l’Accademia Fiorentina e il suo maestro Felice Carena per le sue capacità [come racconta Oder Claro Grassi suo compagno di corsi], prosegue poi gli studi a Venezia, dove si diploma e a Roma, secondo tradizione. Tuttavia Ciusa Romagna, che tanto si era infervorato per i maestri del Rinascimento e per i coloristi veneti, è consapevole che il «vero» della sua terra, della sua Sardegna, «può essere l’unico suo maestro». Tornato a Nuoro [1925] s’inserisce nell’ambiente artistico isolano
andrea delle case
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Purtroppo i disegni di Giovanni Ciusa Romagna
non sono più nel Civico Museo di Calasetta già dallo scorso dicembre...
...una mostra lampo.
perché?
non è dato saperlo. problemi interni, dicono.
andrea delle case