Grandi spazi per Ligios, quelli alti dell’ex saponificio, la cui nuova destinazione non ha voluto rinunciare ai vecchi macchinari, a quei relitti ferrigni da archeologia industriale. Di questo sembra tenere conto l’allestimento, nudo e “maschio” in tubi di ferro, quelli per intenderci, da cantiere in costruzione o restauro. Strutture componibili vuote, che concedono mille prospettive e ospitano, su tavole di legno colorato in giallo [unico vezzo], le fotografie di grandi dimensioni di Salvatore Ligios. D’altronde, in legno e cemento era l’allestimento di Antonello Cuccu per Facce di Sardi del ’99 all’Exmà di Cagliari, mostra generatrice e archetipo di quest’ultima. Una discendenza che per quest’ occasione si fa “virile”. Il titolo non concede dubbi.
Peppino, Abele, Pietro, piramide gerarchica di fierezza sarda. Salvatore, Giovanni, Sandro, fedeli al baffo, tanto severo lui, quanto rassicurante il timido sorriso dei suoi
Per strada, nell’uliveto, in casa, sul ciglio della porta, ritagliati sul nero di una “non location” o tra la legna come Gonario, mastruca e occhio ceruleo, che regge il piccolo Marco nascosto dalla maschera nera di legno e tradizione: curioso mamuthone con scoloriti “tatuaggi da patatine” sulle giovani braccia. Ironia del dettaglio che irrompe indiscreto anche nel ritratto dell’artista Aldo [Tilocca] e suo figlio ignudo portato sulle spalle, come agnello da sacrificio, iconografia del buon pastore stonata dal braccio ingessato del giovane Tancredi.
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