Calati nella coinvolgente atmosfera sperimentale della Galleria Sottopiano, stavolta sono diciassette gli artisti che mettono a confronto talento, opere e originalità, in una collettiva d’interesse autobiografico, oltre che tecnico-stilistico.
Curata da Sandro Giordano e Roberta Vanali, il cuore della mostra prende spunto dal concetto espresso in Todo Me Parece Bonito, uno dei motivi musicali più ascoltati nella scorsa estate, nei confronti del quale, in chiave polemica e in certi casi assolutamente discordante, gli artisti si muovono. Istintiva e violenta, concettuale e ragionata, sofferta e struggente, stilizzata e simbolica: questa l’interpretazione offerta da 17 punti di vista differenti, del vissuto quotidiano e di tutto ciò che ai nostri occhi, i media ci fanno apparire come se fosse “la cosa migliore”, “il prodotto più buono”, “la trovata più originale”. È un po’ quello che succede nel mondo dell’arte contemporanea, dove, in occasione di alcune mostre o biennali, l’intervento degli artisti, anche quelli più noti, spesso si riduce ad una infelice e stancante provocazione. Ciò che emergere in modo sempre più evidente, è la finalità commerciale dell’evento, il business.
Con Todo Me Parece Bonito si è cercato di coinvolgere artisti che dessero spazio alla comunicazione, la vera anima dell’arte e dell’artista, lasciando loro assoluta libertà d’espressione e di linguaggio, come si conviene, ma soprattutto non tenendo conto dei loro singoli trascorsi stilistici. Si presenta piena di spirito la proposta di Bernardì Altamirano che vuole mostrare una delle icone più rappresentative del consumismo. Mentre emerge, apertamente in contrasto con il tema della mostra, l’immagine incisiva e carica di pathos di Andrea Aversano. Incredibilmente realistiche ed espressionistiche le interpretazioni di Silvia Argiolas e Giuliano Sale. Altamente concettuali e comunicative le opere di Giuseppe Pettinau, Elisabetta Falqui e Tonino Mattu che con questo suo ultimo lavoro sembra voler annunciare ad un momento stilistico nuovo. Originali le DIART di Angelo Secci così come il linguaggio manga dell’esordiente Roberta Ragona. Non manca di forza la scultura in materiali riciclati della Oppo ed emerge liricamente la Nike di Fernanda Sanna.
L’adattamento al formato scelto (cm 30 x 40), non sembra avere minimamente influito, né tanto meno limitato le doti espressive di ognuno, sebbene gli artisti selezionati provengano da esperienze diverse e per alcuni di loro questa rappresenti la prima occasione di prova col pubblico.
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mostra vista il 23 febbraio 2004
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