Con Attilio Della Maria e Beppe Vargiu proseguono gli appuntamenti di Cagliari per l’arte in Sardegna, manifestazione nata nel 1989 per iniziativa dell’Assessorato alla Cultura del Comune che ospita, annualmente, artisti provenienti da tutta l’isola. La mostra mette a confronto due menti artisticamente diverse ma affini dal punto di vista ideologico e culturale. Si parla in questo caso di “cultura” in senso stretto, radicata nel profondo del sostrato etnico-antropologico che ha origine in Sardegna, ma può essere generalmente esteso all’ambiente mediterraneo. La meraviglia di chi guarda l’apparizione improvvisa di un evento magico, sovrannaturale e poetico, si manifesta nel linguaggio pittorico di entrambi, ora attraverso la presenza imponente della forma trasfigurata ma possente, ora con la rappresentazione del sublime in chiave assolutamente astratta.
Le storie e i canti raccontati attraverso le immagini dipinte da Attilio Della Maria rievocano antiche danze e riti ancestrali, testimoni di una civiltà dove la religione pagana ha avuto il sopravvento su quella moderna. Popolazioni di uomini senza volto, angeli, demoni e divinità, del passato e del presente, scolpite in forme solide e scultoree che riproducono il taglio e l’aspetto monumentale classici. Le forme s’immergono in estese superfici di colore corposo e denso che accentua il senso di solennità nelle scene dipinte, conferendo ai cromatismi un valore fondamentale alla costruzione. In mezzo, aleggiano forme vuote, mancanti di un credo religioso sottomesso alle divinità pagane, come si può vedere in L’Angelo decaduto e in Ciclope e Angelo.
Il figurativo lascia spazio al linguaggio astratto, decisamente plastico, con il quale Beppe Vargiu ha creato il suo mondo in miniatura. Emmaus, Percorso silente, Nostos, Geometria in zona umida, ma anche Epifania e La Nika Rapace sono planimetrie dove sembra di scorgere stagni, villaggi pre-nuragici o nuragici, costruzioni realizzate con i muretti a secco, rovine di ponti e strade. Ad ampie campiture lisce si alternano cumuli di materia graffiata e scorticata, poi lacerata da violente fenditure. Tagli profondi che appaiono come cicatrici rappresentano buchi di memoria spesso rattoppati da pezzi di stoffa, un tempo indumenti personali, ora ridotti in stracci, usati come medicamento per coprire ferite o per nascondere forme che si dispongono in un ordinato sistema architettonico. Tra i colori pastello, il giallo pallido, il rosa e il celeste, le superfici ospitano ampi spazi occupati da incrostazioni terrestri disposte, spesso, in forma semicircolare e mucchi di materia circoscritti da piccoli isolotti. Come un improvviso bagliore, una luce, un fatuo riverbero emerge dal materiale sedimentato e si diffonde tutto intorno, spegnendosi all’interno del perimetro dell’isola immersa nella vasta superficie bianca.
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