Biennale di Sharjah. Ecco il nostro tour tra i best of in scena. Scoprendo l’ampia partecipazione del Sudamerica

di - 19 Marzo 2015
Dodicesima Biennale di Sharjah, la perla degli Emirati, intitolata “The past, the present, the possible”. Ve la avevamo raccontata in anteprima, ma ora ci siamo, e vogliamo idealmente portarvi a scoprire una serie di opere (gli artisti in scena sono più di 50, buona parte dei quali statunitensi, e con una serie di opere commissionate per l’occasione, sintomo che da queste parti il mercato non manca di certo) anche a zonzo per la città, con ottimi interventi site specific.
Iniziamo dal giardino zen di sabbia di Taro Shinoda, esempio suggestivo di un lavoro realizzato appositamente per la manifestazione. C’è poi la giovane (nata a Londra nel 1977) Lynette Yiadom-Boakye, che già costa parecchio in asta, e che abbiamo visto tra i partecipanti dell’edizione 2013 del Turner Prize. Dello statunitense Rodney McMillian invece una vera e propria grotta dipinta, e ha a che fare con la “terra” anche il lavoro dell’artista indiano Unnikrishnan C., giovanissimo (nato nel 1991), che ha dipinto un mattone di terracotta ogni giorno a formare un muro: un vero e proprio diario visivo e suggestivo.
Di tradizione più araba, almeno come location, ci sono gli Scarecrows (Spaventapasseri) di Abdullah Al Saadi, che ripresenta un’installazione del 2013 nel cortile del palazzo Bait al Serkal, recuperato e oggi usato come spazio espositivo: i fantocci, realizzati con oggetti di recupero altro non sono che il vecchio e il nuovo della società araba che si fronteggiano, alla ricerca della possibilità di frantumare i vecchi tabù tra gender e classe di appartenenza.
Ottimo il lavoro della brasiliana Cinthia Marcelle: At the risk (foto in home page) è un vero e proprio gazebo in legno, ma dalla copertura filtra continuamente dalla sabbia che, al termine della Biennale, dovrà aver riempito lo spazio: anche qui lo spettro di una condizione non idonea per la sussistenza a lungo termine. Non si smentisce invece Tiravanija, che crea un vero e proprio roseto e poi, in due spazi attigui, dispone rispettivamente su un tavolo una serie di boccioli di rosa e lasciandoli essiccare sparge nell’aria un aroma incantevole, un po’ come – nella seconda sala – la possibilità di prendere un estratto del fiore e rilassarsi (nella foto). E poi, da notare, anche Dahn Vo, la grande istallazione di Rayane Tabet, il piccolo campo da cricket di Gary Simmons e la splendida installazione di Adriàn Villar Rojas, a sua volta commissionata dalla Biennale, all’interno di un deposito di ghiaccio. Nel deserto. Dove possono nascere anche i fiori, in una biennale che si conferma ogni biennio più dinamica e degna di nota.

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