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Se il Brasile e l’Argentina degli anni ’60 somigliano all’Italia di oggi

di - 10 Marzo 2013
La mostra più ampia, “Pop, Realismi e Politica, Brasile – Argentina anni Sessanta”, curata da Paulo Herkenhoff e Rodrigo Alonso è positiva conferma della proficua collaborazione internazionale, nata grazie a Tenaris Dalmine, tra la Fondazione Proa di Buenos Aires e la Galleria di arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Lungo i due piani del museo, l’esposizione offre l’opportunità di analizzare la produzione artistica in Brasile e in Argentina degli anni Sessanta, evidenziando creatività e originalità degli artisti e mettendo in luce le sfide affrontate in una decade caratterizzata da profondi cambiamenti sociali. Con una complessa presenza di dipinti, sculture, installazioni, fotografie e video, la mostra riunisce un insieme di lavori interconnessi dalla condivisione di un preciso momento storico che lascia trasparire potenti elementi di affinità, a cominciare dai soggetti trattati: consumismo di massa, pubblicità, design, moda e soprattutto l’istanza della resistenza politica.
Di sala in sala sfila un’arte diretta, anticonformista, efficace nell’esprimere, attraverso l’immediatezza a volte cruenta, a volta utopica, una resistenza quotidiana che reagisce alle condizioni sociali di due nazioni assillate da reale povertà, lotte di potere, censura, pressioni militari e migrazioni interne. Opere sferzanti che hanno causato polemiche e scandali, anticonvenzionali nei messaggi, potenti nella forma e rafforzate nell’obiettivo di sollecitare nello spettatore un sussulto, una reazione, una proposta di ribellione. Dentro questa intensità appare particolarmente riuscita la strategia curatoriale sottesa alla mostra ed espressa nel titolo stesso che non nega, ma invece evidenzia, i riferimenti ai movimenti artistici cui si ispirano le opere oltre ai temi trattati, primi tra tutti la Pop Art nordamericana e inglese e il Nouveau Réalisme, ma anche il Situazionismo, il movimento argentino Otra Figuración e i movimenti brasiliani Nova Objetividade e Tropicália. Una strategia che permette di leggere azioni e reazioni verso dominanti culturali investigate e consapevolmente liberate da pressioni formali e di mercato.
In questa geografia storica e sociale. happening, sfilate e interventi urbani aprono a un’arte partecipata che abbandona gli spazi istituzionali e alloggia nella vita quotidiana dentro interazioni sociali che diventano il contenuto di una nuova forma di comunicazione basata sulla trasgressione interna ai suoi stessi circuiti.
La visita a questi speciali anni Sessanta, oltre a garantire un percorso critico attento e la visione di opere poetiche e politiche di forte suggestione, consente di recuperare evidenti legami tra la cultura italiana e quella argentina e brasiliana, così come racconta Rodrigo Alonso il curatore della mostra: «Gli artisti argentini e brasiliani sono molto influenzati dalle trasformazioni estetiche che si sono manifestate soprattutto in Europa, come il Realismo, la Nuova Figurazione e più in generale tutto ciò che era il recupero dell’arte europea dopo la seconda guerra mondiale. Si stabilisce così un dialogo inedito tra l’arte Pop nord-americana e l’arte Pop europea, e in particolare con la cultura italiana. Per esempio in mostra si trova un’opera che rappresenta la bocca di Sophia Loren o un happening che fu realizzato a partire dal film Blow Up di Michelangelo Antonioni». Ma la stessa visita alla mostra ci stupisce nel dimostrare l’efficacia delle opere e del pensiero ad esse sotteso nell’attualità del panorama sociale e politico italiano: costatare i passaggi storici (ma non quelli simbolici) delle icone rappresentate, recepire l’urgenza delle istanze partecipate, lo struggimento di azioni poetiche liberatorie e la volontà di insinuarsi per deviare dall’interno il potere della comunicazione compongono un panorama intimo e sociale di sbalorditiva e quasi scioccante contemporaneità. Prenderne atto significa anche sentire un’impotenza quasi frustrante, una sorta di malinconia amara nel percepire come il fluire del tempo non abbia diminuito la forza dell’arte e del suo messaggio, ma forse quella della nostra consapevolezza sociale e politica.  In mostra, tra gli altri, lavori di Antonio Berni, Delia Cancela, Eduardo Costa, Jorge de la Vega, Antonio Dias, Rubens Gerchman, Edgardo Giménez, Carmela Gross, Roberto Jacoby, Anna Maria Maiolino, Marta Minujín, Cildo Meireles, Pablo Menicucci, Hélio Oiticica, Lygia Pape, Evandro Teixeira, Claudio Tozzi. Catalogo Silvana Editoriale con testi di Rodrigo Alonso,  Paulo Herkenhoff, e Gonzalo Aguilar e un’interessante selezione di testi e documenti storici.
Ma “Pop, Realismi e Politica, Brasile – Argentina anni Sessanta” non è la sola mostra presentata alla GAMeC. Il piano intermedio ospita la personale di Giuseppe Gabellone (la prima in un’istituzione pubblica italiana) a cura di Alessandro Rabottini. Nato nel 1973 a Brindisi, attivo a Parigi, dalla seconda metà degli anni Novanta il lavoro di Gabellone si è imposto al pubblico e alla critica internazionale per l’originalità del suo approccio ai linguaggi della fotografia e della scultura e per il rigore formale e concettuale che ne hanno distinto le realizzazioni, così da portare l’artista a prendere parte, giovanissimo, a due edizioni della Biennale di Venezia (nel 1997 e nel 2003) e a una Documenta di Kassel (2002). Una mostra, questa di Bergamo, che presenta una serie di opere inedite concepite per lo spazio in un atteggiamento site specific che bene riesce a contrapporsi all’irregolarità altisonante dei volumi a disposizione. Opera complessa e quasi monumentale, di forte impatto formale, contrappone colore e silenzio a superfici tridimensionali evocative per i passaggi della materia di realizzazione, per la duplicità dei messaggi contenuti e per il format di torsione che genera uno spiazzamento tra messaggio e rappresentazione, tra visione e invenzione.
In questa direzione la mostra si sposta definitivamente dalle relazioni con l’eredità dell’Arte Povera che hanno caratterizzato i primi lavori di Gabellone per centrarsi su una sperimentazione che coinvolge materia e iconografia e nella quale l’artista pone in dialogo astrazione e figurazione, naturale e artificiale, accrescendo la relazione tra le qualità tattili di un’immagine e il suo esistere in un altrove privo di fisicità.  La mostra è accompagnata da un catalogo monografico edito da Mousse Publishing che documenta, accanto al progetto per la GAMeC di Bergamo, la produzione artistica di Gabellone degli ultimi quattro anni. Progetto, mostra e catalogo confermano, nel ciclo di esposizioni personali per la GAMeC rigore e professionalità del lavoro curatoriale di Alessandro Rabottini.
Infine, nello spazio Caleidoscopio, dentro le sale della collezione permanente, un focus inedito e di felice risonanza è dedicato ai disegni tridimensionali di Giovanna Bolognini a cura di Maria Cristina Rodeschini, che prosegue un attento percorso di esplorazione nel panorama territoriale. La piccola mostra sembra quasi un racconto intrecciato tra materia e superficie, tra segno e scultura, tra forza e narrazione. Dentro un percorso che da quasi trent’anni definisce l’opera dell’artista nella manipolazione scultorea di materie ferrose, la sequenza di disegni che viene proposta sembra spostare l’energia convulsa delle sculture nella dimensione di un ricamo evocativo quasi liberatorio.

Laureata e specializzata in storia dell’arte, docente, critica e curatrice. Mi interessa leggere, guardare, scrivere e viaggiare, fare talent scout, ascoltare gli artisti che si raccontano, seguire progetti e mostre, visitare musei e spazi alternativi, intrecciare le discipline e le generazioni, raggiungere missions impossible. Fondo e dirigo Contemporary Locus.

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