Mancano solo nove giorni alla prossima stagione di Bojack Horseman, la sesta e tristemente l’ultima, come già annunciato un po’ polemicamente da Aaron Paul, star di Breaking Bad e voce originale di Todd Chavez. Ben 16 i nuovi episodi, che Netflix pubblicherà in due tranche: dal 25 ottobre e dal 31 gennaio 2020. E quindi si tratta di due stagioni riunite per comodità in una? In attesa di un’epifania che possa illuminare tale dubbio, Antonio Mastrogiacomo e Gabriele Toralbo fanno il punto sulla situazione delle prime stagioni. Partendo da posizioni opposte, come vuole la nobile tradizione del dissing.
Non ci interessa la fine di Bojack Horseman
La narrazione per immagini animate può mascherare meglio i comportamenti umani che non il ricorso al corpo umano stesso nel medium dell’attore. E la cosa non mi stupisce, Esopo l’aveva vista molto lunga affidandosi alla lepre e alla tartaruga. Il cavallo in questione, il chiacchierato Bojack Horseman, vive dell’attenzione dei suoi fan negli adesivi e nei commenti, è principalmente costretto alla forma citazione: avendo appeso la visione della serie, ho sospeso il giudizio in funzione di una attesa puntualmente appagata dalla stagione di turno.
Non mi interessa che fine fa, non sono portato a ritrovare me stesso e gli altri nei cartoni animati, piuttosto vorrei evadere, vorrei flashare e invece mi trovo costretto nella vita di tutti i giorni a spendere il mio tempo libero tra dipendenze varie – di altri, aneddoti sui flirt – di altri, sottotesti di inconscio – ancora di altri. Una professoressa, al liceo, era solita ripeterci: “Peppe pe Peppe, me teng a Peppo mio”.
AM
Al passo con la storia, al galoppo con noi stessi
Così come per i libri e per il cinema d’autore, capita talvolta che anche una serie possa diventare iconica e colpirci così nettamente da lasciare un segno indelebile. È accaduto per Bojack Horseman e dopo l’esperienza profonda di conoscerne il racconto, vedere una testa di cavallo su un uomo non potrà ricordarci null’altro. La narrazione è così realista, profondamente psicologica, illuminante dei processi che regolano il mondo di Hollywood e non solo, che usare degli attori sarebbe parso posticcio, limitante. Per questo, la scelta del cartone animato è azzeccatissima. Ci consegna l’opportunità di identificare dei tipi umani grazie a un allegorismo puro, dove lo zoomorfismo diviene ironica caratterizzazione e, allo stesso tempo, il simbolo di uno status in cui il personaggio stesso rimane imprigionato, senza possibilità di redimersi o di cambiare, tirato sul fondo (della piscina…del bicchiere…) dal proprio istinto di “animale”.
La notizia che la sesta stagione sarà anche l’ultima ha reso i fan malinconici. Resterà la sensazione di aver vissuto di persona alla crescita di un mito, alla cura di un ricordo che potremo raccontare con il famoso «quando uscì la prima volta…». Perché siamo sicuri che Bojack non sparirà mai del tutto e tornerà per molto tempo a divertire e far riflettere le generazioni future, magari raccontando un po’ meglio di altri che cosa siamo oggi e perché.
Tra gli attori, i registi, gli autori e i disegnatori, a cui va un sentito grazie, citiamo obbligatoriamente Will Arnett, voce e anima del protagonista, al quale sappiamo aver regalato molto di se stesso, dimostrando di essere un grande attore, anche se ha “soltanto parlato”. Potremmo dire, con un pizzico di cinismo – quello tanto caro allo stesso Bojack –, che la sua interpretazione più riuscita è proprio questa, in cui non si vede mai.
Se una serie merita il binge-watching, anzi, lo pretende, è proprio Bojack Horseman e, per chi di voi non l’avesse ancora vista, sbrigatevi! Avete ancora qualche giorno per mettervi al passo con la Storia.
GT
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