Già dai lontani esordi nella Milano degli anni Trenta, in cui la fissità sospesa di alcune tele rivela un’aderenza ai modi tardi del Novecento italiano, Trento Longaretti (Bergamo, 1916) aveva manifestato il suo interesse principale per la rappresentazione del mondo degli ultimi. Allora i contadini ritratti contro squadrate mura rustiche raccontavano di un’atavica, umile dignità, della verità di chi lavorava la terra, della fierezza di chi, in silenzio, non sapeva e non poteva dire della propria faticosa esistenza. La qualità gessosa di queste sue prime composizioni (Severino, 1933; Autoritratto, 1936) si animava però di una calda luce soffusa, discreta e totalizzante. Era la luce della grazia cristiana, che riscattava quella condizione marginale e si rivelava già quale principio fondante della sensibilità artistica di Longaretti: una personalità discreta,
Proprio questo aspetto favolistico, più sofisticato e risolto entro la pratica di un mestiere sicuro, al punto da aver fatto meritare a Longaretti l’appellativo di “Chagall italiano”, salva la sua produzione dal rischio -certo calcolato- di un’illustrazione “catechistica”, in cui pure talvolta ha indugiato.
Nelle tele in mostra a Palermo -cinquanta in tutto, dagli esordi fino alla più recente produzione- viandanti, musici, saltimbanchi, straccioni, venditori ambulanti si cedono il passo, piegati sotto il fardello di un destino ingrato: memorie picassiane -probabilmente mediate dall’incontro con i giovani di “Corrente”- ora filtrate al dominio di una pittura mobile, fortemente espressionista che alterna una dura figurazione alla evanescenza di una pennellata astratta e preziosa. Fluida nel definire i volti, i corpi, gli abiti-tunica di un tempo non-tempo sempre uguale a se stesso, proprio di un’attesa fiduciosamente proiettata su un percorso di redenzione, lungo e accidentato. Vi è il ricordo di Rouault nei volti scavati dal dolore, nella ricercata atmosfera di primitiva religiosità, nella materia densa del colore, bloccato entro perimetri di demarcazione nerissimi, come in un vetrata gotica o in uno smalto cloisonné.
Conclude la rassegna un’appendice di giovani autori palermitani.
davide lacagnina
mostra visitata il 12 marzo 2004
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