Una nazione che in pochi decenni è diventata sempre più cosmopolita e recettiva, catalizzando l’attenzione di critici e artisti di tutto il mondo. Sono proprio questi ultimi i protagonisti dello stimolante progetto espositivo “Migrazioni -Artisti stranieri in Germania”, ampio contenitore d’arte transnazionale.
La mostra presenta le opere di alcuni fra gli artisti più in vista degli ultimi decenni: Armando, Magdalena Jetelovà, Marie-Jo Lafontaine, Marianne Eigenheer, Nam June Paik, Simone Mangos, Ayse Erkmen, Joseph Kosuth, Tony Cragg, Giuseppe Spagnulo, Per Kirkeby, Wawrzyniec Tokarsk, Herman de Vries.
I disegni creati ad occhi chiusi dall’eclettico Armando nei primi anni ’80, trasmettono le esperienze che l’artista ha elaborato nei campi di concentramento nazisti. Ricerca di nessi formali e rielaborazione dei materiali nell’artista inglese Tony Cragg che esplora la connessione tra il visibile e l’invisibile, con l’installazione a parete del ciclo “Stacks” e “More & More &More” (1981).
“Il personale è politico”, ma anche esplorazione di sé e altro da sé nel work in progress di Marianne Eigenheer che si serve della fotografia per creare dei grandi tableaux come nell’opera “Your time, My World”, dove senza aggiungere e sottrarre crea nuove immagini “rubate” al suo privato.
Le rovine del Vallo atlantico, costruito tra il 1942 e il 1944, massiccia linea creata dai bastioni in cemento che attraversano la costa atlantica sono oggetto di analisi per Magdalena Jetelovà con l’opera fotografica Atlantic Wall dove sugli imponenti e drammatici segni del paesaggio proietta frasi come “Absolute war become theatrality”. Con l’opera “Ferrying” Simone Mangos invoca il passaggio, e l’albero che ha appena abbattuto due lampioni occupa in diagonale una sala e dialoga con lo spazio.
Con Joseph Kosuth è possibile formulare ipotesi su cui elaborare e indagare liberamente per creare nuovi segni. In “Art is an Idea”, Kosuth espone le sue ricerche legate al linguaggio ed al rapporto che s’instaura tra la percezione dell’oggetto esposto. La riflessione concettuale e la meditazione orientale si coniugano in Nam June Paik: nell’opera Candle TV (1975) l’azzeramento di un elemento fondamentale come il tubo catodico determina la sua sostituzione con una simbolica candela accesa, mentre nella videoinstallazione Abitante di Internet, camere fotografiche, cineprese, lettore di laserdisc, assemblati in una unica struttura, divengono metaforiche testimonianze dell’assurdo quotidiano che travolge e accomuna velocemente sia l’Oriente che l’Occidente.
salvo cacicia
mostra visitata il 26 marzo 2003
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