Donna siciliana apre questa antologica su Gianfranco Ferroni. Unico olio tra le circa quaranta opere esposte, ha il potere di attrarre a sé, grazie a quell’incrocio inusuale ma riuscito tra la materia crespa di Soutine e il tratto tagliente di Kirchner. Le rughe attorno a quegli occhi, nette e graffianti come in una xilografia, sono il simbolo acerbo dell’opera ferroniana. La tela, di orientamento neo-espressionista, data 1956, ed è fucina dello stile dell’artista maturo. In essa rinveniamo i frammenti di quei tratti smaniosi la cui deflagrazione totale si avrà qualche anno dopo con Città: opere che, attraverso il percorso ben concepito da Raffaella De Pasquale, consentono di assaporare all’unisono sia i traguardi poetici, che le tappe esistenziali di un artista costantemente legato alla figurazione.
Nonostante i giovanili riferimenti all’informale, a Wols in particolare, Ferroni rimane sempre legato al figurativismo, al quale affida incertezze, preoccupazioni, lotte e delusioni.
Gli anni Cinquanta, decennio dal quale parte l’esposizione, attestano come la miseria post-bellica sia stata, per Ferroni, terreno fertile per la ricerca che sfocia nella Nuova Figurazione. Una scelta allora coraggiosa, come sottolinea egli stesso: “da una parte c’erano gli astrattisti portati da Argan (…) dall’altra parte c’erano i neorealisti dominati da Guttuso e dal Partito Comunista… e noi eravamo nel mezzo; eravamo dei giovani che non accettavano né l’una cosa né l’altra”.
Gli anni Sessanta vedono invece connotarsi la poetica del maestro nel senso di quel suo realismo esistenziale del quale sono la loquace attestazione i titoli di opere come Prigioniero, Ebreo che ricorda, Sacrificio di Abramo, Cognizione della tortura, Deposizione.
Dagli anni Settanta, l’opera di Ferroni è contrassegnata da una progressiva inversione di tendenza, nella quale hanno un peso non indifferente le delusioni ideologiche e politiche. L’attenzione dell’artista si sposta dal macrocosmo di paesaggi popolati da personaggi alla Bacon e alla Giacometti, allo spazio intimo della stanza, dello studio. Mediante quelle “minuscole camere a gas dell’esistenza” (Fagiolo dell’Arco), Ferroni comincia a ripiegarsi su se stesso, facendo dell’autobiografia una memoria corpulenta che abbraccia sé e le cronache dell’umanità. I letti disfatti, i tavoli da lavoro invasi dagli oggetti, sono resi attraverso una costante osmosi tecnica (incisione, pittura, matita) che contribuisce all’univoca sensazione di “quiete terribile della cosa appena avvenuta” (R. Tassi).
Sono atmosfere dagli spazi apparentemente vuoti e sospesi, rischiarati da caravaggeschi fasci di luce, nature morte dalla precarietà morandiana, il trionfo della linea di Ingres tra le pieghe di un lenzuolo, oggetti usati per scoprire lo spazio e la luce. Migliaia di segni ordiscono la trama del tessuto atmosferico, spia dell’assillo verso il minimo dettaglio fondamentale per la resa generale. In questo modo, nell’Atelier del Vermeer del XX secolo, si concretizzano intense solitudini e l’attesa di un’evitabile destino.
manuela conciauro
mostra visitata il 10 febbraio 2006
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NON SE NE PUO' PIU'!!!
Raffaella da oggi sarai la mia musa ispiratrice perchè sono un artista dilettante come tuo marito
mi rivolto da dove mi trovo!