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Fino al 26.II.2016 | Wax | Francesco Pantaleone arte Contemporanea, Palermo

di - 9 Febbraio 2016
La natura ambigua della cera sta nella sua capacità di imitare la vita, sospenderla in una similitudine illusoria basata sullo sfruttamento delle qualità della materia, il suo calore, la sua traslucida lucentezza. La cera, infatti, si modella con il calore quasi fosse anch’esso il responsabile di simulazione della vita eppure è il suo raffreddamento a reggere la forma, unica condizione per bloccare la sua liquidità in una realtà rappresa. La cera è anche la materia della candela, quindi lucifera ed è di cera il velo dell’apparenza che silenzia il chiasso delle cose imitate sotto una morbida cortina, nell’utile rimedio d’Odisseo contro il canto pericolosissimo delle sirene.
“Cera una volta”, si potrebbe parafrasare visitando la mostra “Wax” alla galleria di Francesco Pantaleone, dal momento che gli artisti contemporanei invitati si confrontano con opere fatte in passato soprattutto per l’arte sacra. In discussione non sembra essere la diversa natura formale dell’arte sotto il denominatore comune della materia, bensì i criteri d’esistenza, la ragion d’essere, in altre parole l’ontologia.
Ecco quindi che se le iridescenti superfici astratte di Alessandro Piangiamore (Le piccole sorelle della XVII cera di Roma, 2015) si rivelano raccoglitori di notizie, la ramificazione rizomatica di Paolo Grassino (Madre, 2010) risponde con una vocazione scultorea più esplicita,  allude a una progressione germinativa così ambedue le opere suscitano un enigma latente nei volti di santi e nei putti che presi da soli risulterebbero ninnoli tra la reliquia e l’ex voto. Presenze inquietanti ma necessarie a sostenere il dialogo con le opere contemporanee, che in certi casi imitano, a queste fanno il verso, tanto sono chiuse dentro teche e cassette. In altri casi si offrono come mirabili composizioni al limite del virtuosismo.
La tenerezza della casetta di Chen Zhen (Un village sans frontiers, 2000) metafora del villaggio globale è il controcanto della una dimensione più raccolta, intima echeggiante Medardo Rosso o Costantin Brancusi nella testina di Luca Pancrazzi, si perché se al primo dobbiamo un primo ingresso nella modernità dell’uso della cera, mentre al secondo dobbiamo quello di una sintesi plastica a misura dello spazio.

Quel che è caso in Piangiamore è accumulazione per Michele Tiberio (Untitled 1 (Nina) Volubis, 2014) un’accumulazione compressa in una colonnina dalle delicate sfumature rosacee e celesti. Le mani iridescenti dell’opera di Loredana Sperini, (Untitled, 2010) s’articolano tra l’enigma dello specchio e del solido in un’allegoria alchemica, mentre è più chiara la citazione secentesca di Bruno Ceccobelli. Anche Ceccobelli usa lo specchio e con un teschio tramite l’instabilità del materiale con cui è dipinto (Vanitas, 1998)  ricorda la fine a chi ci si riflette.
Strettamente evocativa è l’installazione di Liliana Moro, debitrice della memoria domestica di un reliquiario (Canile, 2008) gioca sul fattore emotivo del calco, della traccia, del residuo. Residuale sembra pure il lavoro di Francesco Surdi, (Senza titolo, 2015) che restituisce l’idea della labilità del materiale, su cui incombe il calore liquefacente. La sacralità dell’opera di Concetta Modica (Adjustments, 2015) si acuisce confrontandola con il volto paziente di una testa femminile dell’Ottocento, tanto le spine imprigionate nel bolo di cera feriscono il corpo plastico in uno spasimo.
Un doveroso omaggio a Domenico Bianchi (Senza titolo, 1997), che padroneggia da sempre la cera è l’occasione di vederlo a confronto con le generazioni più giovani di artisti palermitani come Ignazio Mortellaro (Wu-Wei, 2015) o Vincenzo Schillaci (Catastrofi ed altre trasformazioni #6, 2015) presente con un’opera “alla Burri” ovvero più che una soluzione pittorica sembra un sondaggio delle proprietà della materia pura. Dura e minimale è, invece, l’opera di Nicola Pecoraro, (Untitled, 2014) sicuramente più incisiva della piccola concrezione polimaterica del ben più noto Luca Trevisani (White marmomarmelade, 2013). La cera, nel linguaggio contemporaneo, non perde comunque  la sua indulgenza plastica. Estremamente malleabile nella figurazione antica, oggi la cera viene interrogata dagli artisti nella sua capacità di includere altri materiali, che approntano una sfida continua al suo potenziale formante, sfida sia sul piano simbolico, sia atta a sondare qualità improprie della materia. Nella disamina storico critica che introduce la mostra, il curatore Salvatore Davì ci ricorda giustamente quanto la cera si presti allo scambio mimetico con la natura, scambio approntato dagli artisti contemporanei secondo una concettualizzazione che, nel confronto con un repertorio iconografico proposto, fa riflettere sulla passività della mezzo.
Marcello Carriero
mostra visitata il 17 dicembre 2015
Dal 17 dicembre 2015 al 26 febbraio 2016
Wax
Francesco Pantaleone arte Contemporanea
via Vittorio Emanuele 303 (Palazzo Di Napoli – Quattro Canti) 90133, Palermo
Orari: dal martedì al venerdì dalle 10:00 alle 19:00, sabato dalle 10:00 alle 18:00
Info: www.fpac.it

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