Astrazione e figurazione non sono affatto universi così distinti. L’uno presuppone necessariamente l’altro, e viceversa. La disintegrazione della figura, in un’opera progressiva di riduzione, condensa la tensione alla rappresentazione del mondo esterno in un segno minimo. La linea allora, come base d’ogni costruzione artistica, ha una sua più profonda autonomìa. Il gesto che la traccia, su qualsiasi superficie, è la prima risposta alla presa di coscienza sulla realtà naturale. È istinto d’attestazione rispetto a tutto ciò che è altro da noi. È la ricerca di un dominio possibile sul caos dell’esistenza. È volontà dell’arte.
L’astrattismo propriamente inteso muove sempre da un’idea di rappresentazione. A differenza dei linguaggi concreti, quelli cioè del tutto auto-fondati, che programmaticamente non rimandano ad altro da sé, l’arte astratta si confronta con qualcosa da cui “astrarre”, da cui tirare fuori dell’altro, anche quando finisce per allontanarsi, senza possibilità alcuna di ritorno, da ogni tratto di riconoscibilità.
Offrono lo spunto a queste considerazioni i recenti lavori di Jan Frank presentati a Palermo in una personale, a cura di Pamela Erbetta, da Francesco Pantaleone. Ebreo nato in Olanda, ma naturalizzato newyorchese, l’artista sembra attualizzare la millenaria tradizione aniconica della propria cultura ebraica d’origine, con la lezione dei neoplasticisti olandesi –Mondrian in testa, naturalmente- e i testi dell’Action Painting americana. È proprio con la più alta tradizione dell’Espressionismo Astratto, nelle declinazioni newyorchesi specialmente di Pollock e de Kooning (anch’egli olandese di base nella grande mela), che fa i conti l’atteggiamento culturale, e prima ancora la disposizione d’animo, in cui Frank si riconosce apertamente.
Le due grandi composizioni su compensato in mostra, entrambe degli anni ’90, non sono allora che un chiaro omaggio ai due maestri dell’Informale made in USA. E così pure la scelta del grande formato e la violenza gestuale di certa produzione di Frank non sono che variazioni sui modi propri della scuola astratta americana. Ma come ulteriore evoluzione di quella tensione epocale -che dell’astrazione radicale aveva fatto una scelta, anche politica di posizione contro– Frank si muove sulla soglia di un ambivalente rappresentazione, in cui ormai è matura (o forse solo più svagata) la consapevolezza di un’astrazione che è ancora possibilità di significare, mentre la figurazione a volte si sfibra nella disintegrazione segnica di poche efficaci linee nere su fogli di carta bianca. Come accade nei nudi femminili in mostra, ad esempio.
Ogni debito è riconosciuto, ogni prestito denunciato. Lo spirito aleatorio con cui Frank affronta la sua ricerca e in ragione del quale, tra il 1992 ed il 1997, ha titolato tutti i suoi lavori con nomi di cavalli da corsa (Cigar, Skinaway, J’s Dream), ammette la citazione colta, il riferimento illustre, come necessaria premessa ad ogni ricerca sull’arte. E sulla pittura soprattutto, come campo di relazioni privilegiate -ancora oggi- fra l’uomo, il mondo e il bisogno di rappresentarlo.
davide lacagnina
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Ancora una volta sono rimasto incantato dalle trasformazioni e dalle scelte della galleria di Francesco Pantaleone, l'atmosfera questa volta è quella raffinata e minimale delle esposizioni più serie e professionali.
La qualità dei lavori è straordinaria!
Naturalmente in città non si è accorto nessuno di questo gioiello, in compenso però ieri il "Giornale di Sicilia" ha dedicato un'ampia recensione alla mostra di Francesca di Carpinello! Una pagina intera con una grande immagine di un quadro che lascia senza parole per l'infima qualità assolutamente dilettantesca (complimenti anche ad Aurelio Pes che ha curato cotanta mostra).
Sono intristito per lo stesso motivo, perchè la nostra città vuole rimanere sempre ai margini? Sarà per la solita storia delle dominazioni? Giustificazione troppo facile per chi non ha paura dei confronti: nascondersi dietro alle solite, sicure, comode tradizioni del "carretto siciliano".
Date spazio a questi ragazzi pieni di buona volontà che, secondo me e non solo, senza chiedere l'aiuto di nessuno, portano QUALCOSA nella loro città!
Ho visitato la mostra perchè me ne ha parlato un'amico, sono rimasta colpita dalla collocazione della galleria! Il posto è incredibile ed unico, la genialità di questi due giovanissimi galleristi consiste proprio nella scelta di un posto così fuori dai circuiti commerciali di questa città, ma talmente pieno di energia! Infine, ma non meno importante, la mostra è raffinatissima; l'atmosfera che si respira è quella delle gallerie più chic che ho avuto modo di visitare in Italia ed in Europa.
Bravi, bravi tutti, Jan Frank ed i galleristi!
p.s. il catalogo/pacchettino di cartoline è un'idea fantastica!!!
Bellissima mostra, bellissimo spazio. Forse è un po' difficile da trovare per chi non conosce la città, ma il posto merita qualche sforzo! Concordo sul fatto che i cataloghi/oacchetti/cartoline siano geniali!
bravi
Fantastic space, fantastic artist.