Racconti ambientati negli interni di un bar, nelle piazze dove si respira l’aria di una raffinata solitudine dechirichiana, o fra moltitudini di uomini schiacciati da una spersonalizzante uniformità, che si esplicita
immediatamente nell’indossare abiti uguali, come se si trattasse dei soldati di un reggimento senza capitano. La mostra di Renato Tosini , allestita negli spazi della Civica Galleria d’Arte Moderna “Empedocle Restivo”, curata da Sergio Troisi, è la prima antologica dedicata a questo pittore schivo e riservato, nato a Palermo nel 1926, che
davvero nulla degli abusati “aspetti dell’arte siciliana” trasfonde nelle sue tele. In esposizione, un centinaio di dipinti, molti dei queli inediti, frutto di cinquan’anni di lavoro notturno e fuori dalle regole.
Perché la pittura di Tosini (collezionato tra gli altri da Vincenzo Consolo, Claudio Abbado, Marella Agnelli), possiede una cifra stilistica particolare, personalissima e al contempo capace di svelare arguti riferimenti all’arte del Novecento, da Grosz a Magritte, da Sironi a Max Ernst, evocati dall’artista attraverso un percorso parallelo tra forma e contenuto, ricco di colta inventiva. Tosini è il regista di un universo figurativo impregnato di una dissacrante ironia nei confronti della borghesia, dove i personaggi in giacca e cravatta, tondeggianti e panciuti come le bombette che indossano, sembrano galleggiare, vuoti e irrisolti, in uno spazio che a volte ha il grande respiro delle piazze dall’architettura sontuosa, o degli spazi aperti dagli orizzonti infiniti, e che altre volte si restringe all’improvviso, precipitando dentro minuscole stanzette fumose, animate da presenze dedite all’alcool.
La pittura, dal segno attento e al contempo veloce, sorprede per la sua freschezza -frutto di una tecnica ormai da virtuoso- ed è data per sottrazione, specie nelle ultime opere, piuttosto che per sovrapposizione. Le tele narrano di attese insostenibili, che mai si concluderanno, eppure pazientemente vissute dal personaggio (pirandelliano nel suo essere al contempo uno e centomila) che si presta a quello che in fondo non è altro che un gioco, quello della vita.
E così tra cavallucci a dondolo e trottole abbandonate sul pavimento, l’Uomo di Tosini vola avvinghiato ad un aquilone, volteggia in valzer senza musica con dei manichini da sarta, si produce in comizi senza spettatori, e all’improvviso, seduto su una panca e illuminato da un fascio di luce, diviene al contempo spettatore e attore di se stesso. Quasi un monito a riportare ordine nel caos della vita, ponendovi al suo centro l’unico protagonista che necessariamente, nel bene e nel male, vale i soldi che si pagano per il singolare spettacolo.
Paola Nicita
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