Grazie per aver acquistato un XP. La versione più aggiornata di un clone. Questo l’incipit del testo che Alfredo Fagalde (1967, Santiago del Cile) ha riportato sulla parete della galleria. Una pagina di istruzioni per l’uso, manuale di sopravvivenza per abitanti del futuro. Come costruirsi un alter ego artificiale con cui semplificarsi l’esistenza.
Protesi per una memoria in espansione, archivio mobile a portata di chip, database di cui disporre a piacimento: accumulare, cancellare, modificare. Questo è il clone. E ha la nostra stessa faccia, o quella che vorremmo, stessi desideri e fantasie. Puoi anche dargli un sesso, se vuoi. E soddisfare così capricci o recondite voglie.
In bilico tra fantascienza, fumetto e critica sociale di stringente attualità, questa ricerca -che Fagalde porta avanti dal 2003– attraversa linguaggi diversi: pittura, video, fotografia, interventi urbani. Tutte forme legate da una unica ossessione visiva e concettuale, vissuta con ironico disincanto. L’idea del clone appunto, della ripetizione indifferenziata.
Fagalde è soprattutto un pittore, certo. E in questa personale catanese la pittura è protagonista. Sono tele di diverse dimensioni: piccoli frammenti come vignette in sequenza, zoomate su dettagli scorciati, o, più spesso, panoramiche di interni non ben identificati.
E’ una pittura fredda, precisa, concisa, in cui dominano colori metropolitani. Uno ritorna con insistenza: l’arancione delle tute indossate dai cloni. Una sorta di divisa che contraddistingue i replicanti, figli di una formula reiterata in cui la differenza non si incastra, se non in maniera posticcia e provvisoria. Gli uomini-clone si muovono in spazi asettici, grigi, desolati. Location irreali, periferie abbandonate, aree industriali dismesse o futuristiche ambientazione seriali. Non luoghi in cui regna un’inquietante calma piatta.
Tutti i cloni hanno qualcosa attaccato al viso. Pare una maschera anti-gas, a un primo sguardo. E’ invece un oggetto simbolico, segno di un’inevitabile imperfezione. C’è sempre una falla in ogni sistema programmato, l’errore necessario che elude l’invulnerabile. Senza quella maschera il clone non sopravvive: è il suo strumento per “ricaricarsi”, riserva di energia vitale, respiro artificiale.
Un video racconta questa strana storia. La storia quotidiana di un uomo che attraversa sobborghi metropolitani, vestito di tutto punto, con una valigetta stretta in mano. Cammina tra i vicoli, poi si infila in un portone. Solo pochi gesti, dentro a un loft squallido e vuoto. Si spoglia piano, ripone gli abiti dentro la valigia, poi estrae una maschera, se la infila e si accuccia in posizione fetale, piegato sulle ginocchia, come se ogni volta iniziasse ad esistere. Aspettando di “succhiare” un po’ di vita. Poi il video riparte, all’inverso. L’uomo nudo si toglie la maschera, si riveste e si immerge nella caos della città. Mimetizzato tra la folla, ricomincia la sua giornata, identico agli uomini e insieme alieno, straniato ed integrato. Macchina (in)efficiente dell’apparenza.
helga marsala
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