Singolare quello che accade durante una mostra di Erwin Wurm (Austria, 1954). Eventi minimi ed in-significanti, bizzarri, perfino comici, quasi inquietanti. E soprattutto semplici. Cose piccole e stupide, si potrebbe dire. Lo spettatore, cimentandosi in assurdi esperimenti, si ritrova a testare come uno pseudo-performer gli strani oggetti incrociati.
Wurm gioca con i nostri schemi mentali e comportamentali, le strutture cognitive e culturali che ci orientano, la logica inconsapevole dei gesti e del pensiero. Con le sue One Minute Sculptures (1998-2004), si “appropria” di dettagli inessenziali del quotidiano – mobili, abiti, elettrodomestici… – per sovvertirne l’uso, la funzione, l’aspetto. Fornendo indicazioni precise per utilizzi inconsueti e visioni alternative: piccoli disegni esplicativi, accompagnati da didascalie, sono tracciati sulle opere stesse. Note a margine di misteriosi racconti-oggetto.
La cosa diviene altra da sé, e noi acquisiamo volti nuovi, grotteschi magari: la testa infilata dentro a un frigorifero forato, una gamba che sfonda un divano. In apparenza comunissimi pezzi d’arredo domestico, perché l’oggetto va modificato, ma mai stravolto. E’ solo questione di piccoli “spostamenti” e “deviazioni”: un buco su uno schienale, una sdraio che funge da attrezzo ginnico, un porta rifiuti per individui… Oppure una pedana “performativa”, su cui salire stendendosi sopra delle palle da tennis -improbabili punti d’appoggio-, e provando a tenere l’equilibrio. Impossibile, ridicolo, insensato? Certo, qui è il trucco, qui la chiave.
Le foto della serie Selfservice (1999) catturano le brevi performance dell’assurdo a cui si sono prestate persone qualsiasi, divenendo di fatto sculture-viventi. Sculture di un minuto, destinate a consumarsi nell’arco della propria illogica, fugace impossibilità. Esperimenti di lotta contro la forza di gravità, situazioni di disequilibrio, di anomala rigidità, di comicità imbarazzata e immobile.
Un’intera stanza è dedicata agli abiti, sagome modellate su volumi regolari, come eleganti sculture minimal. L’oggetto sperimenta ancora una insensatezza a-funzionale, divenendo inutile surrogato di corpi assenti. La bellezza di questi abiti è ottusa e silenziosa, non possiede memoria, e non racconta nulla al di là di questa statica presenza-assenza.
Each Fountain is connected to the sea (2003) dà il nome ad un intero spazio. Un video mostra un corpo che si muove lento tra strati informi di tessuti colorati. Ogni tanto si intravede un lembo di pelle, una gamba, un braccio. Il corpo si fa traccia, dissolto in un flusso senza inizio, direzione e fine. Poi tre strane sculture (forme irregolari di gommapiuma rivestite di tessuti), e una grande fotografia di due corpi femminili intrecciati, distesi in mezzo ad abiti e stoffe. Un racconto di movimenti acquatici, seduzioni epidermiche, abbandono ozioso, pesantezza e levità.
Il lavoro di Wurm attraversa molteplici livelli: antropologico, sociale, concettuale, estetico, filosofico. Alla base c’è una forte operazione di linguaggio. Quella linea di confine – temporale, spaziale, lessicale – che separa scultura, fotografia, performance, Wurm la assottiglia e la devia, facendone un’ambigua soglia da cui poter alterare la natura di linguaggi noti e codificati. Fotografie come sculture, sculture effimere come oggetti in equilibrio precario, o come respiri trattenuti… Azioni incongrue, che abitano la terra insolita dell’ironico non-senso.
helga marsala
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