Appartiene a una generazione di uomini dalle vedute mobili Gioppè Di Bella. Trapanese classe 1945, alla fine degli anni ’60 lascia la Sicilia per Milano. Abbandona le strutture di una visibilità acquisita -nella figurazione e nella tradizione- per lanciarsi nel centro delle elaborazioni culturali allora più innovativo, luogo principe delle trasformazioni, epicentro della nuova cultura industriale e tecnologica. Dal 1967 la sua vicenda artistica e formativa fa dunque capo ad una tra le più singolari stagioni dell’arte italiana e della ricerca estetica internazionale: l’arte programmata. Corrente che arricchì di contributi il dibattito sul ruolo delle immagini in un mondo definibile, già allora, solo attraverso i paradigmi della scienza e della tecnica. Quell’epistemologia della visione che riconosce all’opera d’arte, già eminentemente aperta e sezionata alla luce di nuovi paradigmi, lo statuto di macchina ottica attualissima. Modello insostituibile di percezione estetico-critica della realtà presente e delle sue ultramoderne produzioni seriali.
La selezione di opere in mostra –una cinquantina in tutto– abbraccia l’intero percorso artistico di Di Bella e ne offre per la prima volta una panoramica apprezzabilmente ricca -forse anche troppo congestionata- che spazia dalle strutturazioni ipnotiche dei pattern rimbalzanti e squisitamente optical degli anni ’70 alle coraggiose prove di effrazione e ristrutturazione della tela. Dalle geometrie in rilievo sulle tele monocrome estroflesse degli anni ’90 –che tornano a confrontarsi direttamente con la serialità delle superfici di Enrico Castellani– alle più recenti costruzioni neoplastiche su due e tre dimensioni.
Salvo sintomatiche eccezioni, come nei piani riflettenti dei minimali plexiglas degli anni ’90, in mostra la tela si conferma medium prioritario rispetto agli altri. E la scelta di fenderla e usarne ogni anfratto produce esiti notevoli, che valicano anche le implicazioni di derivazione meramente informale. Vera e propria superficie ottico-dinamica, la tela muta così, agli occhi degli spettatori, in un sorprendente oggetto in movimento. Diviene il luogo di progressive definizioni spazio-temporali,
Vita interiore, Le due verità e il grande Senza titolo del 1988 sono, in tal senso, opere assai convincenti, di fattura raffinata, in cui la predilezione per le geometrie esatte e speculari, il contrasto delle tinte e la torsione armonica delle fettucce parallele in cui è meticolosamente ristrutturata la tela si fondono nelle metamorfosi circolari di forme che si contraggono e dischiudono. A intervalli di frequenza scalari, nell’escursione progressiva dello sguardo di chi le scruta.
Solo nell’infinita variazione di sé l’opera di Di Bella presenta il proprio veritiero aspetto. Pone in evidenza il proprio carattere aleatorio ed esce dall’uniformità dello spazio –la realtà tutta– che la circonda.
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