Nonostante la ormai solida fortuna di studi dedicati a Duilio Cambellotti (1876-1960), la sua pur nota attività di scenografo, e designer in senso più ampio, per il Teatro greco di Siracusa, costituiva una sorta di gran buco nero di difficile definizione all’interno della produzione dell’artista. Innanzitutto, per la quantità sterminata di materiali disponibili della sua più che trentennale collaborazione con l’INDA, dal 1914 al 1948, per ben dieci cicli di spettacoli classici; poi, specialmente, per la difficoltà d’individuazione e reperimento degli stessi materiali, abbandonati per decenni nei magazzini polverosi di Palazzo Greco.
Grazie ad un rigoroso impegno di ricerca iniziato nel 2002, in seguito alla trasformazione dell’Istituto in Fondazione, tutte le opere del Fondo Cambellotti sono state inventariate e schedate, quindi finalmente restaurate e studiate. Attraverso una sistematica ricognizione incrociata su testimonianze dell’epoca – lettere, ritagli di giornale, fotografie – è stato possibile restituire ogni singolo pezzo alla sua storia e al contesto scenico per cui era stato pensato. L’inaspettata mole di schizzi, disegni, bozzetti, costumi, manifesti pubblicitari, plastici e interi allestimenti teatrali presentati nella mostra a cura di Monica Centanni, responsabile scientifico della ricerca, è indubbiamente indicativa della straordinaria versatilità di Cambellotti, ma soprattutto rivela una ferma e consapevole volontà d’intervento progettuale a tutto campo, che invita ad una più circostanziata valutazione critica di taluni aspetti del lavoro dell’artista.
Scorrendo il fitto carteggio che negli anni Cambellotti tenne con i vari direttori dell’Istituto, è emersa ad esempio un’estrema sensibilità per il paesaggio naturale e ai modi in cui questo doveva interagire o meno con l’ambientazione scenica, a partire da una “maniera architettonica” di costruzione dello spazio teatrale come risultato di un approccio contemporaneo alla tradizione classica. Le proposte dell’artista passano così da un primo fedele recupero di testimonianze archeologiche, con evidenti riprese da celebri “pezzi da museo” o da siti storici visitati in Grecia e in Sicilia, ad una più autonoma capacità di lettura e interpretazione dell’antico, in cui le rappresentazioni greche diventano occasione di mitizzazione della stessa realtà contemporanea.
In questo senso si può certamente argomentare una continuità di posizioni con le “opere civili” di Cambellotti a Latina, Ragusa e Bari, e notare, a ridosso di queste esperienze, un’accelerazione di scelte stilistiche verso più mature soluzioni d’avanguardia. Valga per tutti l’esempio del bellissimo pannello con gli Argonauti che spingono in mare la nave Argo per la Medea di Euripide messa in scena nel 1927. Il forte impianto grafico dell’opera è definito da un gioco di linee in contrasto dinamico fra loro, che si accampano sulla superficie dipinta secondo un andamento ondulatorio del tutto analogo a certe composizioni di Balla degli anni ’20, in cui ogni istanza di rappresentazione veniva riassorbita entro un tracciato di linee e forme geometriche in vaste campiture di colore à plat. È nota del resto l’amicizia che legava Cambellotti a Balla e il gesto veloce della mano di Cambellotti a lavoro, nel ritratto che il maestro torinese gli dedicava nel 1905, è considerato fra i più audaci e riusciti esperimenti proto-futuristi di resa pittorica del movimento.
davide lacagnina
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